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Archive for the ‘analogico vs digitale’ Category

Less is more: la tecnologia è dalla nostra parte?

3 novembre 2011 Lascia un commento

L’evoluzione tecnica e tecnologica ha portato all’introduzione di molte novità volte a facilitare l’adozione e l’uso delle macchine fotografiche, sempre più avanzate e automatizzate.
L’idea è quella di semplificare/automatizzare al massimo le funzioni a basso valore in modo che il fotografo abbia più tempo per le questioni essenziali, la composizione, la scelta delle luci e non ultimo il messaggio che vuole racchiudere nella fotografia.
Questo è accaduto prima con la pellicola e successivamente con il digitale.
L’introduzione degli esposimetri, dell’accoppiamento tempi/diaframmi, degli indicatori di focus e poi degli obiettivi con focus automatico, l’introduzione del sensore ottico che sostituisce la pellicola, l’archiviazione su schede di memoria sempre più capienti, la sensibilità ISO sempre più spinta e accurata, sono esempi positivi di evoluzione tecnologica.
Poi, per qualche malvagio motivo (di marketing :-)) nella storia tecnologica sono state inserite e vendute come insostituibili alcune trovate abominevoli.
Abominevoli non prese da sole, ma prese nel contesto generale di una persona che deve fare una fotografia e concentrarsi sull’essenziale.

Prendiamo ad esempio la funzionalità dello scatto automatico quando il soggetto fotografato sorride. Tecnologicamente parlando è una idea geniale. Vi sarà capitato di cercare di scattare la fotografia ad una persona a cui chiedete di sorridere e di arrivare un secondo prima o uno dopo e beccare una smorfia. Bene, ci sono molte macchine fotografiche che hanno questa funzionalità.
Dove si nasconde il problema? Per accedere a questa funzionalità bisogna iniziare ad armeggiare con il menù oppure, sareste già fortunati, trovare la rotellina delle modalità di scatto e ruotarla fino ad arrivare a quella che cercate.
Il tutto però vi obbliga probabilmente a togliere l’occhio dal mirino e a perdere tempo con i menù.
Un altro esempio: le informazioni visibili nel mirino (o sullo schermo).
Le informazioni base che servono per una esposizione corretta sono il tempo, l’apertura selezionata (eventualmente la relazione tra i due) e se ciò che state “puntando” è a fuoco.
Serve altro? Su una macchina a pellicola no. Su una digitale nemmeno.
Ma la digitale vi dirà quale ISO è impostato, data e ora, quale bilanciamento del bianco, se è sovra o sottoesposta, il livello di carica della batteria, quanti scatti avete fatto e quanti ne potete ancora fare, se e come è attivo il flash e con quale potenza, se c’è segnale gps, ecc ecc.
Ci sta tutto nel mirino, però il soggetto dov’è finito? E quanto sarò distratto dalla mole di informazioni che ricevo?
Per non parlare poi se vogliamo modificare le configurazioni base.
Immaginate di dover impostare il bilanciamento del bianco su nuvoloso.
Con la mia D80, dopo 4 anni, non riesco ancora a farlo senza togliere l’occhio dal mirino, ma in teoria è possibile. Tieni premuto il bottone dedicato e contemporaneamente giri la rotellina di selezione.
Se non sei così bravo o non sei fortunato abbastanza da poterlo fare senza accedere ai menù, ecco che inizia l’odissea. Entri nel menù delle impostazioni e cerchi: sarà sotto impostazioni generali o impostazioni di scatto? E se poi devo cambiarlo di nuovo devo rifare lo stesso giro? Nel frattempo è uscito il sole.
Con l’analogico il problema non si pone. In bianco e nero è ininfluente. A colori pure, a meno che non devi scattare fotografie con illuminazione al neon o a incandescenza per le quali serve una pellicola particolare.
Per non parlare della curva di apprendimento nell’utilizzo di una macchina fotografica e nella curva di configurazione della stessa.
Una macchina digitale appena tolta dalla scatola, rispetto all’inquadratura che farete deciderà esposizione, tempo, apertura, ISO, bilanciamento del bianco, flash, punti di focus, livello di saturazione e probabilmente in fase di salvataggio applicherà anche delle migliorie alla fotografia.
Obiettivo raggiunto, abbiamo faticato poco e ottenuto una fotografia esposta mediamente.
Se volete però cominciare a gestire voi la fotografia, a mettere un pizzico in più della vostra arte le cose cominciano a complicarsi.
Gli ISO li voglio automatici? E la saturazione? Quando utilizzo ISO alti imposto la riduzione del rumore digitale o no? Al bottone configurabile per accedere velocemente ad una funzionalità cosa faccio fare? Il cambio del bilanciamento del bianco lo metto automatico? La modalità di scatto multipla? Il bracketing?
Dov’è il senso della fotografia? E dove finisce il tempo che dedico al mezzo e quello che dedico alla fotografia?
Chiedete ad Henry Cartier Bresson quanto ci impiegava per impostare la macchina e scattare una sua fotografia in strada. La risposta è “niente”.
Aveva una sola ottica, ISO della pellicola, tempo fisso e l’obiettivo a fuoco su infinito.
Qualsiasi cosa passasse davanti a lui a più di 3 metri era a fuoco, pronto per essere immortalato.

To take a photograph is to align the head, the eye and the heart. It’s a way of life.

Non mi sembra che parli della modalità sorriso.

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Sistema Zonale: è ancora attuale?

27 ottobre 2011 Lascia un commento

Il sistema zonale è stato ideato da Ansel Adams e Fred Archer all’inizio degli anni ’40 come metodo per ottenere negativi correttamente esposti e stampe col giusto contrasto, affiancandolo alla sola misurazione con l’esposimetro esterno.
In breve, molto breve, il sistema suddivide in 10 zone, dal bianco puto al nero puro, tutto lo spettro di luminanza di una scena.
Il fotografo, guardando la scena e misurando con l’esposimetro, può individuare la distribuzione delle varie zone nella fotografia per poter decidere che tipo di esposizione finale dare allo scatto in modo da preservare maggior dettaglio possibile nelle zone scure (es, un oggetto nella penombra) e in quelle molto chiare.
Tenete presente che all’epoca le macchine fotografiche non avevano gli esposimetri evoluti che abbiamo oggi (tipo il Matrix di Nikon), anzi, spesso e volentieri non avevano proprio esposimetro.
(update 28-10-2011): mi sono reso conto che questa descrizione del sistema zonale è estremamente generica e probabilmete molto superficiale. tenete presente che Adams la descrive in 3 libri.

E’ ancora attuale come metodo? Sì e no.
, perchè fornisce una tecnica molto precisa e ripetibile che, se usata spesso e assimilata con l’esperienza, è uno strumento precisissimo per esporre correttamente. Il fotografo che utilizza macchine precedenti gli anni 60 (dove difficilmente c’era un esposimetro integrato) ne può trarre giovamento per esporre meglio la fotografia.
No, perchè era nato essenzialmente per superare i limiti tecnici dell’epoca, dove da una parte c’erano negativi con poca capacità di trattare l’intero spettro di basse e alte luci, dall’altra carte fotografiche a contrasto fisso.
Per garantire la ripetibilità dei risultati e il maggior dettaglio possibile era quindi necessario strutturare il processo in modo che le varie fasi (scatto, sviluppo e stampa) fossero estremamente correlate e normate.

Oggi le pellicole hanno un grado di tolleranza di 2-3 stop, senza perdere eccessivi dettagli e, forse anche più importante, le carte fotografiche sono multicontrasto (carte multigrade).
Ci si può quindi abbastanza sbizzarrire nella fase di scatto e di sviluppo ed avere ancora margine di controllo in fase di stampa.
Rimane ovvio che una fotografia esposta male non sarà “bella” quanto una esposta con criterio, ma le evoluzioni tecniche ci sono venute in aiuto.

Di seguito alcuni approfondimenti sul tema Sistema Zonale:

Analogico VS Digitale: l’archiviazione

24 ottobre 2011 Lascia un commento

Uno dei tanti argomenti in gioco nella sfida tra analogico e digitale è quello dell’archiviazione delle fotografie/negativi, in modo da renderle disponibili nel futuro (qualsiasi futuro vogliate).

Sintesi:

  • l’analogico ha un processo molto sicuro e consolidato nel tempo. E’ più complesso al momento ma affidabile sul lungo periodo
  • il digitale è semplice al momento ma implica che passerai la vita a fare backup (finchè “Cloud” non sarà affidabile e affordabile)

Vediamo come avvengono i due processi.

Analogico
Una buona archiviazione parte dal lavaggio del negativo. In questa fase è essenziale rimuovere ogni traccia dei prodotti chimici usati per lo sviluppo perchè, se non eliminati, continuerebbero ad agire lentamente ma costantemente.
Il lavaggio conservativo/archiviazione prevede di utilizzare solo acqua distillata/demineralizzata per un primo risciacquo veloce (si riempie e si svuota la tank), un secondo con 10 inversioni, un terzo con 20 inversioni e poi la tank sotto acqua corrente per 10/20 minuti.
Nel lavaggio “normale”  si procede fino alle 20 inversioni, seguite da un paio di minuti sotto acqua corrente.
Se si usa acqua del rubinetto è sempre buona cosa utilizzare un wetting agent (sapone neutro) come ultimo risciacquo, in modo che con lo sgocciolamento non si fissino sali minerali e impurità sul negativo.

Il negativo deve essere quindi asciugato. Anche questa fase può essere gestita in diversi modi.
Il migliore dovrebbe essere appendere il negativo in un mobiletto ad hoc in modo che non circoli aria e polvere in sospensione (tenete presente che un negativo bagnato è appiccicoso come il miele) ed aspettare qualche ora.
In alternativa al mobiletto dedicato (per chi non ha spazio) alcuni consigliano di mettere ad asciugare il negativo nel bagno di casa, dopo aver prodotto molto vapore con l’acqua calda con doccia e lavandini (questo abbatte la polvere in sospensione).
L’ultimo metodo, quello più comune, è di mettere il negativo appeso nella stanza/luogo con meno circolo d’aria.

Asciugare il negativo col phon è abbastanza da suicida in quanto viene sparata ad alta velocità polvere sul negativo (quindi è anche più difficile rilavarla via) e il calore può facilmente deformarlo.
Sono disponibili anche delle speciali pinzette con le estremità di plastica morbida che aiutano a rimuovere l’acqua in eccesso dal negativo, accelerando l’asciugatura, ma aumentano moltissimo il rischio di rovinare il negativo. Le sconsiglio.

Asciugato il negativo va tagliato e riposto in appositi fogli di acetato leggero (simile alla carta da forno, ma chimicamente inerte in modo da non incollarsi e interagire con il negativo).  I fogli dovrebbero poi essere conservati in ambiente secco e a temperatura costante (20-25 gradi), senza flusso d’aria e non esposti alla luce del sole.

Un negativo trattato con il lavaggio conservativo/archiviazione e conservato nei fogli di acetato come descritto prima, ha una vita di almeno 100 anni.

Rischi: perdere i negativi, incendio dei negativi.

Digitale
L’archiviazione digitale è sul momento più rapida e semplice ma nasconde molto bene alcuni problemi di gioventù del supporto digitale. Molti si focalizzano sulla sola fase di backup dei file, come se questa fosse l’unica cosa sensata da fare.

Una buona archiviazione inizia prima ancora di iniziare a scattare.
A seconda della macchina fotografica bisogna procurarsi SD o CF, di marca conosciuta, e poi bisogna formattare i supporti.
La formattazione è opportuno che sia fatta non in versione veloce (semplicemente archivia i files presenti come da sovrascrivere) ma in quella standard, che cancella realmente i files.
Il rischio, minimo ma sempre presente, è che la scheda di memoria ad un certo punto smetta di funzionare perchè ha incontrato problemi con i file precedenti. Vi assicuro che non è piacevole e, se lo si fa per lavoro, critica.
Un altra cosa da evitare sempre è quella di cancellare fotografie dalla memory usando la macchina fotografica e poi continuare a scattare. Il rischio che la memory si impasti aumenta moltissimo. Perchè rischiare quando si possono cancellare in sicurezza tutte le fotografie che si vogliono dopo?
Alcune macchine fotografiche professionali (es dalla Nikon D700 in su) hanno un secondo slot per la memory card che può essere utilizzata in modalità backup (copia i file della prima memory) oppure per continuare a salvare fotografie quando la prima è esaurita. Da un punto di vista professionale è ovviamente più importante il primo approcio: è più importante non perdere fotografie, magari di un lavoro importante, o portarsi dietro qualche memory in più?

Scattate le fotografie, tutti i file vanno scaricati sul proprio PC e archiviati, un po’ come vi pare, in cartelle e sottocartelle.
Qui si arriva al cuore dell’archiviazione digitale: il backup.
Buona norma sarebbe di copiare subito il contenuto su un altro HardDisk e creare un DVD con le fotografie appena salvate. In caso di problemi sul PC o su uno dei due supporti, si ha sempre un’ultima chance.
Altra procedura applicabile per non avere in giro troppi DVD è di salvare su due HD in parallelo o avere un HD dedicato al backup delle sole fotografie e uno che serva da backup per tutto il contenuto del PC (per  gli utenti mac parlo di Time Machine).
E’ insita in questa procedura il suo più grande rischio o limite: fino a quanto potrò continuare a salvare e risalvare files, visto che si producono sempre più fotografie, sempre più pesanti? E’ vero, ormai sono in vendita HD da svariati TeraByte, ma ciò vuol dire che ogni x tempo (2 anni?) dovrò rifare il backup sul nuovo supporto più grande, e così via per qualche decina d’anni. Non credo che sarà sostenibile, almeno per la noia che comporta questo lavoro.
Durata di un archivio di questo tipo? Al momento massimo 15 anni (più o meno da quando la fotografia digitale è entrata nelle nostre case)

Il  metodo di archiviazione del futuro è legato alla rete, con l’esplosione in questi ultimi due anni della cosidetta “Cloud”.
Invece di creare DVD o tenere aggiornati n HD, si salva in rete tutto quello che si è scattato.
Questo diventerà il metodo migliore e durevole nel tempo per fare un backup, quando lo spazio a disposizione sarà ad un costo accessibile e le velocità di trasferimento dati saranno aumentate.
Certo, il rischio che un datacenter vada a fuoco ci sono sempre (salutiamo gli amici di Aruba), ma la tua copia di backup l’hai fatta lo stesso (non ti fiderai mica della Cloud?).

Rischi: perdita HD, furto PC e HD, perdita DVD, guasto HD-PC-SD-CF-DVD, datacenter a fuoco, finita la corrente.