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Gli inglesi son paranoici ovvero: i pericolosissimi fotografi terroristi

13 dicembre 2011 Lascia un commento

A me è capitato nel 2008, a maggio, in pieno delirio post 11 settembre.
Stavo tranquillamente fotografando Westminster con la mia D80 e il cavalletto (era tardi) e vengo fermato da due Bobbies per un controllo documenti.

A parte la strizza assoluta, ho chiesto ai due gentiluomini come mai mi controllassero e loro risposero che era perchè avevo il cavalletto e l’antiterrorismo pensava che un tipo con il cavalletto di notte a far fotografie era ben sospetto.

Fosse stato di giorno non ci sarebbero stati problemi, ma di notte! Tzè! D’altronde si sa che i terroristi vengono fuori di notte a far fotografie tutte pixellose mentre di giorno dormono. Come non me ne ero avveduto.
Dico io, ma che cacchio c’è da fotografare di notte che di giorno non si vede?
Se fosse così, son ben idioti a farlo scoprire a me.
Tant’è, mi controllano e poi mi lascian la ricevuta: non sono un terrorista. Oh bene grazie, ora che me l’avete scritto anche voi me lo metterò nel CV.

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Questa è una delle tante storie successe a fotografi in Inghilterra e di cui forse avete sentito parlare.
Ma quando si pensa di essere arrivati al fondo poi si scopre che c’è sempre da scavare.
E così oggi esce la notizia che in una stazione di Londra aperta al pubblico come museo ora non è più possibile scattare con macchine digitali reflex. E io penso: che cacchio han paura che metti una bomba in una D5000?
L’MI6 teme che il tuo 28-300 sia in realtà una flashbang pronta a stordire la security?
Sbagliato!
Si sono accorti che chi ha una reflex digitale ci impiega molto più tempo a visitare la stazione mentre scatta 100 foto del particolare della cicca schiacciata per terra, e ciò rallenta l’afflusso dei turisti successivi.
Forse questi inglesi non sono del tutto svarionati.

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L’ultimo trip: il Daguerrotipo è ancora fattibile?

28 novembre 2011 Lascia un commento

Risposta breve: sì.

Risposta estesa: sì, ma “sono cazzi da cagare” (è un termine tecnico coniato da Daguerre in persona).
Il Daguerrotipo è il primo metodo fotografico divulgato e commercializzato al pubblico dal 1839 da Daguerre e da Niepce figlio (del vero inventore), con le macchine fotografiche (Camere Oscure) di Giroux (il cognato di Daguerre), in cui l”immagine ripresa viene fissata su una lamina metallica di rame o argento.
Già dopo una ventina d’anni il processo era quasi tramontato, sostituito dai calotipi e da altre tecniche più semplici e più sensibili (già nel ’34 l’inglese Talbot lavorava a negativi su carta).
Ma la daguerrotipia non è mai scomparsa definitivamente perchè produce pezzi unici di storia e arte.
E’ un’espressione eccelsa di artigianato, alchimia e arte.
Questo metodo ha complessità e aspetti negativi difficili da comprendere per noi moderni, ma è comunque arte. Più precisamente:

  • la sensibilità è circa  0,004 ISO (forse c’è uno zero in più) se è solo iodato
  • i tempi di esposizione (vedi punto precedente) sono mostruosi, dai 20 secondi (per le lastre iodate e poi bromate esposte con moltissima luce) ai 20-25 minuti (per quelle solo iodate)
  • le lastre di rame argentato costano, oltre a costare uno deve anche trovarle in giro, quando le hai trovate devi modificare la tua macchina fotografica per utilizzarle
  • la lastra argentata va pulita a specchio in modo minuzioso. Un errore in questa fase e i chimici non attecchiranno sulla superficie
  • i chimici utilizzati per la fotosensibilizzazione dell’argento sono estremamente nocivi (oltre che di difficile reperimento oggi):
    – cristalli di Iodio (iodine): esposti all’aria generano un fumo nocivo che però sensibilizza l’argento. Quando dico nocivo intendo che con un paio di respiri ci si gioca un polmone. L’ingestione di 3 grammi di iodio sono fatali. A contatto con la pelle s’incendia e buca la carne. Lo Iodio è ossidante per qualsiasi metallo tranne il titanio. Trovare in giro questi sali dopo che sono stati usati per la produzione di metanfetamina (meth) è diventato alquanto difficile. La DEA vuole i tuoi dati quando acquisti dei cristalli di Iodio
    – cristalli di Bromo (bromide): accelerano la sensibilizzazione dell’argento e aumentano quindi gli ISO del metallo. I fumi sono estremamente tossici, giusto un filo in meno di quelli di Iodio
  • lo sviluppo di Daguerre (classico) è fatto con i fumi di Mercurio: questo vuol dire far bollire del mercurio in modo che il vapore entri in contatto con la lastra esposta. Inutile dire che i vapori di mercurio vi fan cascare i reni e spappolare il fegato
  • per i due punti precedenti, chi si cimenta in quest’arte si deve procurare una cappa aspirante da laboratorio (non è proprio economica
  • lo sviluppo di Bequerelle (per i poveri di spirito) è più sicuro. Si protegge la lastra con un vetro o gelatina di colore rosso e la si lascia al sole per 2 o 3 ore, stando attenti che non si scaldi troppo se no si scolora
  • le lastre sviluppate vanno “dorate” (in inglese questa fase si chiama gilding) per aumentare il contrasto e fissare meglio l’immagine. La doratura viene fatta con un composto chimico che contiene oro, quindi il suo costo è alto
  • le lastre sviluppate e dorate sono molto fragili e basta una ditata per far scomparire l’immagine. Devono sempre essere chiuse in un cofanetto con il vetro
  • le lastre non sono riproducibili. Non essendo negative (ma positive) e su un mezzo non trasparente, non c’è modo di farne delle copie
  • le immagini riprodotte sono visibili solo a certe angolazioni

Un bel po’ di problemini, converrete con me.
Poche persone al mondo ancora esercitano quest’arte così pericolosa. Pensate che all’ultimo convegno MONDIALE sulla daguerrotipia erano in venti, un numero mai raggiunto prima di presenze.
In Italia di fotografi “certificati” daguerrotipisti se ne annoverano due.
Ormai il trip m’è partito, saranno i fumi di Iodio?

Il Morbo del Trolley o del Fotografo Gobbo

24 novembre 2011 Lascia un commento

Ultimo atto e conseguenza naturale della Sindrome da Kit Fotografico è il Morbo del Trolley (conosciuto erroneamente anche come “del Fotografo Gobbo”).
Il fotografo, una volta dato sfogo all’acquisto incontrollabile dei componenti del suo corredo, si troverà con un numero spropositato di obiettivi e accessori da portare a spasso ogni volta che decide di uscire per far fotografie.
A seconda del livello cronico a cui si è stabilizzata la SdKF, e quindi del volume di materiale da spostare, il fotografo acquisterà una o più borse delle più svariate forme e dimensioni.
Il  Morbo del Trolley ha diverse forme:

  • lieve: la borsa contiene un corpo macchina, due obiettivi, un flash e qualche filtro
  • media (o “dello zoppo”): come la forma lieve ma il fotografo ha anche una cintura a cui attacca alcune custodie di obiettivi. Il fotografo comincia ad avere una camminata sguercia a causa del peso non bilanciato. Nelle forme più gravi il fotografo comincia a girare su se stesso
  • cronica: la borsa è sostituita da uno zaino di medie dimensioni, a cui non può accedere facilmente, ma deve fermarsi, posare lo zaino per terra e cercare la macchina
  • cronica digitale (o “del Gobbo”): lo zaino è grande e contiene anche un pc portatile e i suoi accessori
  • acuta: come la cronica digitale ma il fotografo porta con se almeno due corpi macchina più tutto il resto
  • irreversibile (“del Trolley”): il fotografo gira col trolley stracarico. Ansel Adams ne soffriva, non siete da soli!

Al momento non sono conosciute terapie efficaci se non lo shock da “perdita di momento fatato” (il fotografo non riesce a trovare la macchina fotografica nel momento del bisogno) o terapie di supporto familiare (da imprecazioni varie).

Se non siete Ansel Adams non vi serve portarvi dietro tutto.
Fate lo sforzo almeno una volta di decidere prima il/i soggetti da fotografare, i messaggi che volete comunicare e scegliete una lente sola.
Cambiate la vostra prospettiva! Non siate schiavi degli oggetti, ma fate sì che gli oggetti siano vostri strumenti per vedere e far vedere agli altri.

La Sindrome da Kit (o Corredo) Fotografico

21 novembre 2011 1 commento

Si presenta quando un soggetto affetto dalla Sindrome da Acquisto Compulsivo passa alla fase cronica di questa, cominciando ad acquistare materiale per costituire un kit o corredo fotografico senza rendersi conto delle sue reali necessità.
Derivato da un lontano retaggio delle scimmie arboricole antropomorfe, che costruivano il nido con tutto quello che trovavano attorno a loro in natura; così il fotografo moderno costruisce il suo corredo con tutti gli obiettivi, flash, diffusori, esposimetri, filtri, accessori e altre amenità  per gestire la propria ansia e tenere a bada la paura della natura.

Con l’Età dei Lumi (non quella di Voltaire, ma quella di Oscar Barnack) si sono formate due correnti di pensiero:  “leggero e portatile” contro “mi serve tutto incondizionatamente“.
Nel primo gruppo si annovera Henry Cartier Bresson, che usava una macchina 35mm piccola (non una F4 Nikon per intenderci quanto una Leica M3 et similia) con una sola lente.
All’altro estremo si trova Ansel Adams, che girava per le montagne e i parchi della California con 2 o 3 macchine di grande formato e casse piene di materiale (i muli che son morti di fatica ne sanno qualcosa).
Loro sono Maestri della fotografia e ciò che li divide veramente non è quanto materiale si portano dietro o se hanno o meno un kit preferito.
Essendo Maestri hanno visto al di là del mezzo e del materiale fotografico e posto la questione su cosa volevano comunicare, cosa volevano fotografare. Quindi macchina e corredo sono conseguenze di scelte artistiche ben precise e definite.
Con una 35mm Adams non sarebbe mai riuscito ad avere la definizione necessaria per le sue stampe gigantesche; allo stesso modo HCB avrebbe scattato un centesimo delle sue fotografie di strada, rubate, con una macchina che solo per aprirla e mettere a fuoco ci vuole un quarto d’ora.

E’ ovvio che se partite con l’idea “non so cosa troverò da fotografare”, la risposta fisiologica e mentale più semplice è “mi porto dietro tutto” e quindi, se mi manca un obiettivo macro o il supertelezoom, lo comprerò.

Proprio qua risiede il salto tra fotografo occasionale, da scatto compulsivo, e l’artista.
Se sai cosa vuoi, sai cosa ti devi portare dietro.

Lomokino hands on by Engadget

15 novembre 2011 Lascia un commento

Qualche giorno fa avevo parlato della novità di casa Lomo, che ha lanciato la sua videocamera, Lomokino Super 35 Movie Maker appunto.
Engadget l’ha provata per noi.
Qui la recensione.

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Meglio investire nel mattone o negli obiettivi?

14 novembre 2011 Lascia un commento

Di sicuro non nelle macchine fotografiche, men che meno in quelle digitali.
Io sono per gli obiettivi e mi ha convinto per l’ennesima volta l’articolo di KR di oggi.

Un simpatico e vecchio obiettivo fisheye Nikon 6mm, in vendita su ebay alla modica cifra di 6900$. Probabilmente è stato comprato ad un prezzo esorbitante già all’epoca dell’uscita, ma di sicuro non a questo prezzo.
Il discorso è molto semplice: una macchina fotografica, seppure stracarica di funzionalità e sensore ipersensibile, nell’arco di un paio d’anni sarà superata da qualcosaltro, più potente, più performante, più più più.
E voi vi chiederete “me ne devo comprare un altra per stare al passo coi tempi?” e intanto l’uomo malefico del marketing si starà sfregando le mani.
Tutto è fatto per farti pensare che avrai bisogno di un’altra macchina fotografica, perchè se no sei indietro, le tue foto faranno schifo e altri giochini mentali.
Fai questa prova, cerca su ebay la tua macchina fotografica e guarda il prezzo. Come minimo costa 200€ in meno.
La svalutazione sulle macchine fotografiche è folle, ma nasconde la vera natura del mezzo, cioè la paghi e poi te la dovresti tenere per anni, perchè le fotografie belle o brutte vengono da te, non dalla macchina.
L’obiettivo, pur nella sua complessità, è solo un mezzo di trasmissione della luce, ieri oggi e domani.

Se uno vuole veramente spendere dei soldi, il modo “sicuro” è quello degli obiettivi.
A parte rari casi di lenti scadenti o di discontinuità nella produzione (vedasi il danno di Canon con la serie FD), un obiettivo mantiene nel tempo il proprio prezzo e, se delle serie professionali, ha buone probabilità di aumentare.
Un oggetto che dopo 20 o 30 anni (vedi un Nikon AIs) è ancora perfettamente funzionante e con ottimi risultati, o un qualsiasi obiettivo Leica della serie M che dopo 60 anni fa ancora la sua porca figura sono una scommessa vincente.
Quante Nikon D300s o Canon 550D vedremo in giro tra non dico venti, ma 4 anni? N E S S U N A.
Vedete ancora in giro qualcuno con una D1? No.
Quanta gente vedremo invece con la nuova Nikon/Canon D4999sx con attaccato il caro vecchio 18-55? Quanti 18-200 VR? Quanti vecchi 50mm 1.4? Quanti 135 DC manual focus?

Finchè ci saranno macchine fotografiche ci sarà bisogno di obiettivi, di obiettivi buoni.

Quanto vale una fotografia

13 novembre 2011 1 commento

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Quanto vale una fotografia? Quale il valore artistico? E quale economico?
Bisognerebbe chiederlo ad Andreas Gursky, la cui fotografia del Reno (titolo Rhin II del 1999) è stata venduta qualche giorno fa da Christie’s per la modica cifra di 4,34 milioni di dollari.
Guardatela bene: non segue la regola dei due terzi, ha l’orizzonte centrato, colori slavati, cielo sovraesposto e non ci sono soggetti umani o figure che si stagliano ed escono dallo sfondo.
E’ contro tutte le regole che vi hanno insegnato.
Eppure è dolorosamente semplice, sconcertante per quante “regole” rompe.
E’ arte.

E giusto per far venire un po’ di invidia agli amici digitali, è stata scattata a pellicola con una Linhof (tra le migliori nel grande formato).

Su Business Insider trovate la top 16 delle fotografie più costose della storia (tutte a pellicola tranne una).
Gursky raggiunge Stieglitz e Weston con due fotografie nella top 16.