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Il Morbo del Trolley o del Fotografo Gobbo
Ultimo atto e conseguenza naturale della Sindrome da Kit Fotografico è il Morbo del Trolley (conosciuto erroneamente anche come “del Fotografo Gobbo”).
Il fotografo, una volta dato sfogo all’acquisto incontrollabile dei componenti del suo corredo, si troverà con un numero spropositato di obiettivi e accessori da portare a spasso ogni volta che decide di uscire per far fotografie.
A seconda del livello cronico a cui si è stabilizzata la SdKF, e quindi del volume di materiale da spostare, il fotografo acquisterà una o più borse delle più svariate forme e dimensioni.
Il Morbo del Trolley ha diverse forme:
- lieve: la borsa contiene un corpo macchina, due obiettivi, un flash e qualche filtro
- media (o “dello zoppo”): come la forma lieve ma il fotografo ha anche una cintura a cui attacca alcune custodie di obiettivi. Il fotografo comincia ad avere una camminata sguercia a causa del peso non bilanciato. Nelle forme più gravi il fotografo comincia a girare su se stesso
- cronica: la borsa è sostituita da uno zaino di medie dimensioni, a cui non può accedere facilmente, ma deve fermarsi, posare lo zaino per terra e cercare la macchina
- cronica digitale (o “del Gobbo”): lo zaino è grande e contiene anche un pc portatile e i suoi accessori
- acuta: come la cronica digitale ma il fotografo porta con se almeno due corpi macchina più tutto il resto
- irreversibile (“del Trolley”): il fotografo gira col trolley stracarico. Ansel Adams ne soffriva, non siete da soli!
Al momento non sono conosciute terapie efficaci se non lo shock da “perdita di momento fatato” (il fotografo non riesce a trovare la macchina fotografica nel momento del bisogno) o terapie di supporto familiare (da imprecazioni varie).
Se non siete Ansel Adams non vi serve portarvi dietro tutto.
Fate lo sforzo almeno una volta di decidere prima il/i soggetti da fotografare, i messaggi che volete comunicare e scegliete una lente sola.
Cambiate la vostra prospettiva! Non siate schiavi degli oggetti, ma fate sì che gli oggetti siano vostri strumenti per vedere e far vedere agli altri.
La Sindrome da Kit (o Corredo) Fotografico
Si presenta quando un soggetto affetto dalla Sindrome da Acquisto Compulsivo passa alla fase cronica di questa, cominciando ad acquistare materiale per costituire un kit o corredo fotografico senza rendersi conto delle sue reali necessità.
Derivato da un lontano retaggio delle scimmie arboricole antropomorfe, che costruivano il nido con tutto quello che trovavano attorno a loro in natura; così il fotografo moderno costruisce il suo corredo con tutti gli obiettivi, flash, diffusori, esposimetri, filtri, accessori e altre amenità per gestire la propria ansia e tenere a bada la paura della natura.
Con l’Età dei Lumi (non quella di Voltaire, ma quella di Oscar Barnack) si sono formate due correnti di pensiero: “leggero e portatile” contro “mi serve tutto incondizionatamente“.
Nel primo gruppo si annovera Henry Cartier Bresson, che usava una macchina 35mm piccola (non una F4 Nikon per intenderci quanto una Leica M3 et similia) con una sola lente.
All’altro estremo si trova Ansel Adams, che girava per le montagne e i parchi della California con 2 o 3 macchine di grande formato e casse piene di materiale (i muli che son morti di fatica ne sanno qualcosa).
Loro sono Maestri della fotografia e ciò che li divide veramente non è quanto materiale si portano dietro o se hanno o meno un kit preferito.
Essendo Maestri hanno visto al di là del mezzo e del materiale fotografico e posto la questione su cosa volevano comunicare, cosa volevano fotografare. Quindi macchina e corredo sono conseguenze di scelte artistiche ben precise e definite.
Con una 35mm Adams non sarebbe mai riuscito ad avere la definizione necessaria per le sue stampe gigantesche; allo stesso modo HCB avrebbe scattato un centesimo delle sue fotografie di strada, rubate, con una macchina che solo per aprirla e mettere a fuoco ci vuole un quarto d’ora.
E’ ovvio che se partite con l’idea “non so cosa troverò da fotografare”, la risposta fisiologica e mentale più semplice è “mi porto dietro tutto” e quindi, se mi manca un obiettivo macro o il supertelezoom, lo comprerò.
Proprio qua risiede il salto tra fotografo occasionale, da scatto compulsivo, e l’artista.
Se sai cosa vuoi, sai cosa ti devi portare dietro.
Mostra fotografica: 11/3 fotografie di Giulio Di Sturco
Gli amici di Open Mind Gallery ospitano dal 25 novembre 2011 al 20 gennaio 2012 questa mostra di fotografie dello Tsunami che ha colpito il Giappone a marzo.
Uno sguardo diverso dal sensazionalismo dei giornali per una tragedia umana di proporzioni gigantesche.
Pubblico la presentazione dell’evento:
“Il mio primo contatto con Giulio Di Sturco è avvenuto proprio in corrispondenza del terremoto in Giappone, quando aderì all’iniziativa “3/11 Tsunami Photo Project,” un libro fotografico digitale e collettivo sul sisma e lo tsunami che avevano devastato il mio paese.
Solo al termine del lavoro ho avuto l’occasione di incontrarlo personalmente. Avevo sempre avuto una buona sensazione circa la persona attraverso le sue foto, perché sono simpatetiche ed espressive in una maniera unica. Quando poi mi ha raccontato come aveva lavorato e scattato a Tohoku ho avuto la certezza che le mie impressioni erano corrette, e il mio istinto non aveva fallito. Molti fotografi avevano illustrato la drammaticità e la tragicità delle condizioni, mentre le sue immagini avevano un qualcosa di caldo, ed empatico. Un’attenzione verso le persone molto più che verso le macerie che li circondavano.
Ho condiviso con Giulio i miei pensieri riguardo le migliaia di fotografie eccessivamente grafiche pubblicate dopo la tragedia dell’11 marzo. Avevo la sensazione che alcuni fotografi mostrassero una certa mancanza di umanità nel modo che avevano di illustrare le proprie immagini, presentare i “loro” soggetti, tentando di rappresentare una catastrofe naturale e umana come se fosse un’opera d’arte. Ero disgustata dalle foto presentate da questi individui, e mi sentivo a disagio nel sentirle definire “entusiasmanti” o, peggio ancora, “belle”. Quello che è accaduto ha cambiato il mio modo di considerare le fotografie. Mi sono accorta, mentre mi occupavo dell’editing dei lavori presentati sul disastro di Tohoku, di essere diventata particolarmente sensibile ai sentimenti delle persone ritratte.
Giulio mi ha raccontato la sua versione della stessa storia. Mentre era in Giappone, gli era stato sconsigliato di andare in alcune zone, semplicemente perché non avrebbe trovato nulla di interessante e “notiziabile”. Giulio aveva ignorato il suggerimento, convinto che comunque ci fossero delle persone abbandonate, e che valesse la pena raccontare la loro storia. La sua perseveranza ha significato raggiungere zone e confini in prossimità dei quali gli altri fotografi si erano fermati. Le grandi sfide affrontate sono evidenti nelle foto presentate qui, in “11/3”.
Sono particolarmente contenta che sia stata prodotta una mostra dal lavoro di Giulio. Perché le sue fotografie sono umane, reali e dense. E perché le sue immagini sono quelle che io, tanto perché giapponese di nascita quanto perché curatore di professione, vorrei che la gente vedesse. Il Giappone ha ricevuto aiuti da tutto il mondo, ma la strada della ricostruzione è comunque lunga. A dispetto delle avversità, le vittime dello tsunami, comprese quelle ritratte da Giulio, hanno una volontà forte. Sono convinte, e certe, e fiduciose, che riusciranno a superare il momento di difficoltà e tornare ad una vita normale. E mi auguro che chiunque possa vedere questo, e avere i miei stessi sentimenti, di fronte a queste immagini.”
Yumi Goto
Open Mind: Via Dante, 12 – 20121 Milano (Italy)
Orari:
Lunedi 15:30 – 19:00
da Martedi a Sabato 10:00 – 13:00 / 15:30 – 19:00
Domenica e Lunedi mattina chiuso
Meglio investire nel mattone o negli obiettivi?
Di sicuro non nelle macchine fotografiche, men che meno in quelle digitali.
Io sono per gli obiettivi e mi ha convinto per l’ennesima volta l’articolo di KR di oggi.
Un simpatico e vecchio obiettivo fisheye Nikon 6mm, in vendita su ebay alla modica cifra di 6900$. Probabilmente è stato comprato ad un prezzo esorbitante già all’epoca dell’uscita, ma di sicuro non a questo prezzo.
Il discorso è molto semplice: una macchina fotografica, seppure stracarica di funzionalità e sensore ipersensibile, nell’arco di un paio d’anni sarà superata da qualcosaltro, più potente, più performante, più più più.
E voi vi chiederete “me ne devo comprare un altra per stare al passo coi tempi?” e intanto l’uomo malefico del marketing si starà sfregando le mani.
Tutto è fatto per farti pensare che avrai bisogno di un’altra macchina fotografica, perchè se no sei indietro, le tue foto faranno schifo e altri giochini mentali.
Fai questa prova, cerca su ebay la tua macchina fotografica e guarda il prezzo. Come minimo costa 200€ in meno.
La svalutazione sulle macchine fotografiche è folle, ma nasconde la vera natura del mezzo, cioè la paghi e poi te la dovresti tenere per anni, perchè le fotografie belle o brutte vengono da te, non dalla macchina.
L’obiettivo, pur nella sua complessità, è solo un mezzo di trasmissione della luce, ieri oggi e domani.
Se uno vuole veramente spendere dei soldi, il modo “sicuro” è quello degli obiettivi.
A parte rari casi di lenti scadenti o di discontinuità nella produzione (vedasi il danno di Canon con la serie FD), un obiettivo mantiene nel tempo il proprio prezzo e, se delle serie professionali, ha buone probabilità di aumentare.
Un oggetto che dopo 20 o 30 anni (vedi un Nikon AIs) è ancora perfettamente funzionante e con ottimi risultati, o un qualsiasi obiettivo Leica della serie M che dopo 60 anni fa ancora la sua porca figura sono una scommessa vincente.
Quante Nikon D300s o Canon 550D vedremo in giro tra non dico venti, ma 4 anni? N E S S U N A.
Vedete ancora in giro qualcuno con una D1? No.
Quanta gente vedremo invece con la nuova Nikon/Canon D4999sx con attaccato il caro vecchio 18-55? Quanti 18-200 VR? Quanti vecchi 50mm 1.4? Quanti 135 DC manual focus?
Finchè ci saranno macchine fotografiche ci sarà bisogno di obiettivi, di obiettivi buoni.
Quanto vale una fotografia
Quanto vale una fotografia? Quale il valore artistico? E quale economico?
Bisognerebbe chiederlo ad Andreas Gursky, la cui fotografia del Reno (titolo Rhin II del 1999) è stata venduta qualche giorno fa da Christie’s per la modica cifra di 4,34 milioni di dollari.
Guardatela bene: non segue la regola dei due terzi, ha l’orizzonte centrato, colori slavati, cielo sovraesposto e non ci sono soggetti umani o figure che si stagliano ed escono dallo sfondo.
E’ contro tutte le regole che vi hanno insegnato.
Eppure è dolorosamente semplice, sconcertante per quante “regole” rompe.
E’ arte.
E giusto per far venire un po’ di invidia agli amici digitali, è stata scattata a pellicola con una Linhof (tra le migliori nel grande formato).
Su Business Insider trovate la top 16 delle fotografie più costose della storia (tutte a pellicola tranne una).
Gursky raggiunge Stieglitz e Weston con due fotografie nella top 16.
Mostra fotografica: 150 anni dalla nascita di Fridtjof Nansen, esloratore artico
A Milano, al Museo di Storia Naturale (corso Venezia 55), fino al 27 novembre è visitabile la mostra storico-fotografica sull’esploratore (e poi Nobel per la Pace) norvegese.
Le sue imprese stimolarono la fantasia di tutta Europa e furono da slancio per le esplorazioni e le conquiste di Amundsen.
Ingresso gratuito.
Aperto tutti i giorni tranne lunedi con orario 9.00-17.30 (ultimo ingresso ore 17.00).
Mostra fotografica: Nero su Bianco, di Ewa-Mari Johansson

Alla Galleria 70, fino al 21 gennaio, è visitabile gratuitamente la mostra della fotografa svedese Ewa-Mari Johansson.
Un mix di sensualità e forme, donne dipinte dall’artista Anders Örnberg con motivi geometrici, ombre che dipingono a loro volta l’immagine.
Orari: da martedì a sabato 10-13.30 e 16-19.30
A Milano, Corso Di Porta Nuova 38
Tel: +39 026597809 , +39 0245483302
Qui la rece di Exibart, da cui è tratta l’immagine.
Nuova Polaroid Z340, farà rinascere il mito?

Prendi lo chassis di una vecchia Polaroid, infilaci un sensore da 14 megapixel, attaccaci sotto una micro stampante istantanea e ti trovi in mano la nuova Z340. Costo 300$ più le ricariche da 30 fotografie (18-20$).
L’idea non è male, ma può avere un mercato e soprattutto un senso fotografico questo mix di vecchio e nuovo?
Per quanto riguarda il mercato ho i miei dubbi. Per 300$ ti porti a casa una compattina fighetta di fascia medio alta, colorata, con mille funzioni e piccola. Questa è grossa, grigia e poco glam.
E poi quante persone conoscete che stampano da digitale? Poche. Ormai gira quasi tutto sullo schermo del PC o del Tablet di turno.
Per il discorso del senso fotografico invece direi che può essere un buono strumento per i più creativi che non vogliono lanciarsi nell’Impossible Project, il che non so se sia un bene. Le possibilità artistiche che ti lascia la pola sviluppata con i chimici sono quasi infinite.
Vedremo come andrà a finire.
Qua la rece di Engadget, da cui è stata presa l’immagine.
Prossimi post analogici
… ho in mente questi, ma accetto suggerimenti e richieste 🙂
- scegliere la macchina fotografica – kit minimo
- 35mm o medio formato?
- come controllare un obiettivo usato
- investire nel mattone o negli obiettivi?
- vincere su eBay (molti credits a Ken Rockwell)
- scegliere l’ingranditore
- sicurezza e smaltimento dei prodotti chimici
- pulizia delle lenti
- vecchie macchine fotografiche e batterie: problemi di voltaggio e di esposizione
Raccolta sulla 2a Guerra Mondiale di Alan Taylor

Alan Taylor, editor anche per TheBigPicture, ha raccolto per l’Atlantic 900 fotografie sulla Seconda Guerra Mondiale.
Divisa in 20 sezioni, tratta per immagini gli avvenimenti dal ’39 al ’45.
Assolutamente da non perdere.




