Archivio
L’ultimo trip: il Daguerrotipo è ancora fattibile?
Risposta breve: sì.
Risposta estesa: sì, ma “sono cazzi da cagare” (è un termine tecnico coniato da Daguerre in persona).
Il Daguerrotipo è il primo metodo fotografico divulgato e commercializzato al pubblico dal 1839 da Daguerre e da Niepce figlio (del vero inventore), con le macchine fotografiche (Camere Oscure) di Giroux (il cognato di Daguerre), in cui l”immagine ripresa viene fissata su una lamina metallica di rame o argento.
Già dopo una ventina d’anni il processo era quasi tramontato, sostituito dai calotipi e da altre tecniche più semplici e più sensibili (già nel ’34 l’inglese Talbot lavorava a negativi su carta).
Ma la daguerrotipia non è mai scomparsa definitivamente perchè produce pezzi unici di storia e arte.
E’ un’espressione eccelsa di artigianato, alchimia e arte.
Questo metodo ha complessità e aspetti negativi difficili da comprendere per noi moderni, ma è comunque arte. Più precisamente:
- la sensibilità è circa 0,004 ISO (forse c’è uno zero in più) se è solo iodato
- i tempi di esposizione (vedi punto precedente) sono mostruosi, dai 20 secondi (per le lastre iodate e poi bromate esposte con moltissima luce) ai 20-25 minuti (per quelle solo iodate)
- le lastre di rame argentato costano, oltre a costare uno deve anche trovarle in giro, quando le hai trovate devi modificare la tua macchina fotografica per utilizzarle
- la lastra argentata va pulita a specchio in modo minuzioso. Un errore in questa fase e i chimici non attecchiranno sulla superficie
- i chimici utilizzati per la fotosensibilizzazione dell’argento sono estremamente nocivi (oltre che di difficile reperimento oggi):
– cristalli di Iodio (iodine): esposti all’aria generano un fumo nocivo che però sensibilizza l’argento. Quando dico nocivo intendo che con un paio di respiri ci si gioca un polmone. L’ingestione di 3 grammi di iodio sono fatali. A contatto con la pelle s’incendia e buca la carne. Lo Iodio è ossidante per qualsiasi metallo tranne il titanio. Trovare in giro questi sali dopo che sono stati usati per la produzione di metanfetamina (meth) è diventato alquanto difficile. La DEA vuole i tuoi dati quando acquisti dei cristalli di Iodio
– cristalli di Bromo (bromide): accelerano la sensibilizzazione dell’argento e aumentano quindi gli ISO del metallo. I fumi sono estremamente tossici, giusto un filo in meno di quelli di Iodio - lo sviluppo di Daguerre (classico) è fatto con i fumi di Mercurio: questo vuol dire far bollire del mercurio in modo che il vapore entri in contatto con la lastra esposta. Inutile dire che i vapori di mercurio vi fan cascare i reni e spappolare il fegato
- per i due punti precedenti, chi si cimenta in quest’arte si deve procurare una cappa aspirante da laboratorio (non è proprio economica
- lo sviluppo di Bequerelle (per i poveri di spirito) è più sicuro. Si protegge la lastra con un vetro o gelatina di colore rosso e la si lascia al sole per 2 o 3 ore, stando attenti che non si scaldi troppo se no si scolora
- le lastre sviluppate vanno “dorate” (in inglese questa fase si chiama gilding) per aumentare il contrasto e fissare meglio l’immagine. La doratura viene fatta con un composto chimico che contiene oro, quindi il suo costo è alto
- le lastre sviluppate e dorate sono molto fragili e basta una ditata per far scomparire l’immagine. Devono sempre essere chiuse in un cofanetto con il vetro
- le lastre non sono riproducibili. Non essendo negative (ma positive) e su un mezzo non trasparente, non c’è modo di farne delle copie
- le immagini riprodotte sono visibili solo a certe angolazioni
Un bel po’ di problemini, converrete con me.
Poche persone al mondo ancora esercitano quest’arte così pericolosa. Pensate che all’ultimo convegno MONDIALE sulla daguerrotipia erano in venti, un numero mai raggiunto prima di presenze.
In Italia di fotografi “certificati” daguerrotipisti se ne annoverano due.
Ormai il trip m’è partito, saranno i fumi di Iodio?
Il Morbo del Trolley o del Fotografo Gobbo
Ultimo atto e conseguenza naturale della Sindrome da Kit Fotografico è il Morbo del Trolley (conosciuto erroneamente anche come “del Fotografo Gobbo”).
Il fotografo, una volta dato sfogo all’acquisto incontrollabile dei componenti del suo corredo, si troverà con un numero spropositato di obiettivi e accessori da portare a spasso ogni volta che decide di uscire per far fotografie.
A seconda del livello cronico a cui si è stabilizzata la SdKF, e quindi del volume di materiale da spostare, il fotografo acquisterà una o più borse delle più svariate forme e dimensioni.
Il Morbo del Trolley ha diverse forme:
- lieve: la borsa contiene un corpo macchina, due obiettivi, un flash e qualche filtro
- media (o “dello zoppo”): come la forma lieve ma il fotografo ha anche una cintura a cui attacca alcune custodie di obiettivi. Il fotografo comincia ad avere una camminata sguercia a causa del peso non bilanciato. Nelle forme più gravi il fotografo comincia a girare su se stesso
- cronica: la borsa è sostituita da uno zaino di medie dimensioni, a cui non può accedere facilmente, ma deve fermarsi, posare lo zaino per terra e cercare la macchina
- cronica digitale (o “del Gobbo”): lo zaino è grande e contiene anche un pc portatile e i suoi accessori
- acuta: come la cronica digitale ma il fotografo porta con se almeno due corpi macchina più tutto il resto
- irreversibile (“del Trolley”): il fotografo gira col trolley stracarico. Ansel Adams ne soffriva, non siete da soli!
Al momento non sono conosciute terapie efficaci se non lo shock da “perdita di momento fatato” (il fotografo non riesce a trovare la macchina fotografica nel momento del bisogno) o terapie di supporto familiare (da imprecazioni varie).
Se non siete Ansel Adams non vi serve portarvi dietro tutto.
Fate lo sforzo almeno una volta di decidere prima il/i soggetti da fotografare, i messaggi che volete comunicare e scegliete una lente sola.
Cambiate la vostra prospettiva! Non siate schiavi degli oggetti, ma fate sì che gli oggetti siano vostri strumenti per vedere e far vedere agli altri.
La Sindrome da Kit (o Corredo) Fotografico
Si presenta quando un soggetto affetto dalla Sindrome da Acquisto Compulsivo passa alla fase cronica di questa, cominciando ad acquistare materiale per costituire un kit o corredo fotografico senza rendersi conto delle sue reali necessità.
Derivato da un lontano retaggio delle scimmie arboricole antropomorfe, che costruivano il nido con tutto quello che trovavano attorno a loro in natura; così il fotografo moderno costruisce il suo corredo con tutti gli obiettivi, flash, diffusori, esposimetri, filtri, accessori e altre amenità per gestire la propria ansia e tenere a bada la paura della natura.
Con l’Età dei Lumi (non quella di Voltaire, ma quella di Oscar Barnack) si sono formate due correnti di pensiero: “leggero e portatile” contro “mi serve tutto incondizionatamente“.
Nel primo gruppo si annovera Henry Cartier Bresson, che usava una macchina 35mm piccola (non una F4 Nikon per intenderci quanto una Leica M3 et similia) con una sola lente.
All’altro estremo si trova Ansel Adams, che girava per le montagne e i parchi della California con 2 o 3 macchine di grande formato e casse piene di materiale (i muli che son morti di fatica ne sanno qualcosa).
Loro sono Maestri della fotografia e ciò che li divide veramente non è quanto materiale si portano dietro o se hanno o meno un kit preferito.
Essendo Maestri hanno visto al di là del mezzo e del materiale fotografico e posto la questione su cosa volevano comunicare, cosa volevano fotografare. Quindi macchina e corredo sono conseguenze di scelte artistiche ben precise e definite.
Con una 35mm Adams non sarebbe mai riuscito ad avere la definizione necessaria per le sue stampe gigantesche; allo stesso modo HCB avrebbe scattato un centesimo delle sue fotografie di strada, rubate, con una macchina che solo per aprirla e mettere a fuoco ci vuole un quarto d’ora.
E’ ovvio che se partite con l’idea “non so cosa troverò da fotografare”, la risposta fisiologica e mentale più semplice è “mi porto dietro tutto” e quindi, se mi manca un obiettivo macro o il supertelezoom, lo comprerò.
Proprio qua risiede il salto tra fotografo occasionale, da scatto compulsivo, e l’artista.
Se sai cosa vuoi, sai cosa ti devi portare dietro.
Meglio investire nel mattone o negli obiettivi?
Di sicuro non nelle macchine fotografiche, men che meno in quelle digitali.
Io sono per gli obiettivi e mi ha convinto per l’ennesima volta l’articolo di KR di oggi.
Un simpatico e vecchio obiettivo fisheye Nikon 6mm, in vendita su ebay alla modica cifra di 6900$. Probabilmente è stato comprato ad un prezzo esorbitante già all’epoca dell’uscita, ma di sicuro non a questo prezzo.
Il discorso è molto semplice: una macchina fotografica, seppure stracarica di funzionalità e sensore ipersensibile, nell’arco di un paio d’anni sarà superata da qualcosaltro, più potente, più performante, più più più.
E voi vi chiederete “me ne devo comprare un altra per stare al passo coi tempi?” e intanto l’uomo malefico del marketing si starà sfregando le mani.
Tutto è fatto per farti pensare che avrai bisogno di un’altra macchina fotografica, perchè se no sei indietro, le tue foto faranno schifo e altri giochini mentali.
Fai questa prova, cerca su ebay la tua macchina fotografica e guarda il prezzo. Come minimo costa 200€ in meno.
La svalutazione sulle macchine fotografiche è folle, ma nasconde la vera natura del mezzo, cioè la paghi e poi te la dovresti tenere per anni, perchè le fotografie belle o brutte vengono da te, non dalla macchina.
L’obiettivo, pur nella sua complessità, è solo un mezzo di trasmissione della luce, ieri oggi e domani.
Se uno vuole veramente spendere dei soldi, il modo “sicuro” è quello degli obiettivi.
A parte rari casi di lenti scadenti o di discontinuità nella produzione (vedasi il danno di Canon con la serie FD), un obiettivo mantiene nel tempo il proprio prezzo e, se delle serie professionali, ha buone probabilità di aumentare.
Un oggetto che dopo 20 o 30 anni (vedi un Nikon AIs) è ancora perfettamente funzionante e con ottimi risultati, o un qualsiasi obiettivo Leica della serie M che dopo 60 anni fa ancora la sua porca figura sono una scommessa vincente.
Quante Nikon D300s o Canon 550D vedremo in giro tra non dico venti, ma 4 anni? N E S S U N A.
Vedete ancora in giro qualcuno con una D1? No.
Quanta gente vedremo invece con la nuova Nikon/Canon D4999sx con attaccato il caro vecchio 18-55? Quanti 18-200 VR? Quanti vecchi 50mm 1.4? Quanti 135 DC manual focus?
Finchè ci saranno macchine fotografiche ci sarà bisogno di obiettivi, di obiettivi buoni.
Usato garantito? Come controllare e scegliere un obiettivo usato
Costruendosi un kit minimo di “lavoro” fotografico con una reflex (e più in generale con le macchine fotografiche con obiettivi intercambiabili), la scelta di un obiettivo usato può essere una necessità economica o una ricerca di un oggetto specifico, per precisi fini fotografici.
Non starò qua a discutere di come debba essere composto un kit (o se debba esistere un kit) e quali obiettivi siano meglio di altri, mi limiterò a dare suggerimenti per la scelta migliore quando si sta guardando e contrattando un oggetto usato.
Un obiettivo è composto mediamente da:
- lenti (anteriore, posteriore, interne)
- barilotto, il contenitore delle lenti
- meccanismo per la messa a fuoco
- meccanismo per la gestione dei diaframmi
- meccanismo di zoom (elicoidale o a pompa)
- contatti elettrici
- porta filtri anteriore e posteriore
- bottoni vari (blocco zoom, focus manuale o automatico, ecc)
- tappo anteriore e posteriore

1- la prima cosa da guardare è la pulizia generale dell’obiettivo, non tanto perchè influisce sul funzionamento, quanto perchè è un indice di come sia stato trattato.
2- si passa alle lenti: queste devono essere pulite, senza aloni colorati, senza graffi evidenti, non devono ballare o muoversi, non devono avere segni di incollature dove si congiungono con il barilotto.
Le lenti frontali spesso sono composte da più “strati” di lenti incollate tra di loro con chimici speciali. Controllate quindi che non siano scollate o siano presenti bollicine d’aria.
Le lenti interne sono difficilmente controllabili ma con una torcia anche piccola è possibile illuminare l’interno dell’obiettivo per vedere se ci sono problemi.
Lenti molto vecchie o tenute male possono presentarsi opache perchè con il tempo le protezioni antiriflesso sono state tolte per pulizie negligenti o, peggio, sono cresciuti funghi all’interno.
Lenti opache sono difficili da recuperare. Se avete la possibilità saltatele.
La presenza di piccoli puntini di polvere è normale negli zoom e di solito ininfluente sul risultato finale. Controllate comunque.
Buone lenti trasmettono bene la luce, ovviamente, quindi puntando la torcetta in una delle lenti anteriori o posteriori dovrete vedere dall’altra parte la luce ben contrastata e non attenuata.
3- il barilotto, al di là di essere pulito deve essere in buono stato. Se di metallo controllate che non sia graffiato o peggio che abbia segni di cadute (metallo piegato e curvato in forme strane). Una caduta provoca quasi sempre danni, magari non subito, ma sul lungo termine si faranno sentire.
Un discorso a parte vale per ottiche molto vecchie completamente in metallo non smaltato. Alcuni metalli possono presentare fioriture, cioè piccoli forellini o sollevamento degli strati esterni del metallo.
Normalmente non costituiscono un problema, a meno che non influiscano sui movimenti della lente.
Se il barilotto è in plastica controllate la pulizia e la presenza di graffi. E’ meno facile capire se l’obiettivo è caduto perchè la plastica sopporta meglio shock di questo tipo, ma la presenza di scheggiature non è un buon segno.
Prima di passare ad altro provate a shackerare l’obiettivo vicino all’orecchio. Se la lente è fissa non dovrebbe sentirsi niente. Se è uno zooom un po’ di rumore potrebbe sentirsi: controllate meglio con la torcetta che non ci sia niente tra le lenti.
4- il meccanismo di messa a fuoco più semplice è quello manuale. Sull’obiettivo avremo una ghiera e ruotandola le lenti si muovono. L’unico controllo che possiamo fare è che ghiera e il movimento siano fluidi, che non si debba applicare forza alla ghiera per muoverla e che le lenti (a volte sono solo quelle interne che si muovono) si spostino senza fare rumore e fatica.
Un meccanismo in buono stato deve essere mosso con precisione con un solo dito.
Attenzione a non cadere nell’eccesso opposto, cioè la ghiera e il meccanismo interno non devono più muoversi se non applichiamo pressione con le dita o se muoviamo l’obiettivo. Una ghiera che balla o il meccanismo che si sposta anche di poco al solo movimento dell’obiettivo darà fotografie non a fuoco.
Gli obiettivi autofocus funzionano come i manuali (quindi valgono i medesimi controlli) in più hanno un meccanismo che li connette alla macchina fotografica e al motorino che dice alla lente a che focus posizionarsi.
Quelli più semplici sono composti da una vite che, quando la lente è montata sulla macchina, gira e sostituisce il movimento del dito sulla ghiera. Noi possiamo controllare che muovendo la ghiera anche la vite giri.

I meccanismi più complessi (e più recenti, come gli AF-S di Nikon e gli ultrasonic di Canon) hanno il motorino dell’autofocus interno all’obiettivo quindi non c’è modo di sapere se funziona, a meno di montarlo e provarlo.
5- il diaframma è composto da lamelle di metallo, in numero variabile, che chiudono o aprono il passaggio alla luce. Il meccanismo è controllato da una ghiera numerata. Ruotando la ghiera dovremo vedere che le lamelle si muovono. Il movimento della ghiera deve essere secco ma facile e le lamelle devono fermarsi tutte nello stesso punto, cioè formando un passaggio con una forma geometrica molto precisa.

Una lamella non posizionata bene è indice che il diaframma non funziona bene o che probabilmente l’obiettivo è caduto. Saltate questa lente.
Con la torcia illuminate le lamelle, queste devono essere pulite, non graffiate o con il metallo esposto e non devono essere ingrassate. in questi ultimi due casi è molto probabile che stiano spargendo tra le lenti interne polvere e altre impurità che sul lungo andare rovinano la trasmissione della luce della lente.
Se l’obiettivo ha il diaframma controllabile dalla macchina fotografica avrà sulla ghiera un fermo (un bottoncino o levetta che blocca la ghiera al diaframma più alto) e vicino alla lente posteriore una levettina di metallo. Questa è il meccanismo che permette alla macchina di controllare il diaframma. Controllate che muovendo la levetta si muova anche il diaframma.
La leva è bilanciata da una molla, quindi muovendola e lasciandola il diaframma deve tornare alla posizione originale da sola.

6- lo zoom permette di raggiungere diverse lunghezze focali ruotando una ghiera (elicoidale) o tirando/spingendo il barilotto (a pompa), in modo da allungarlo o accorciarlo.
E’ opportuno controllare che la ghiera si muova facilmente e che lasciata rimanga ferma; allo stesso modo l’obiettivo allungato deve rimanere fermo e non accorciarsi/allungarsi semplicemente mettendolo in verticale. Soprattutto nelle versioni a pompa, c’è il rischio che alcune ottiche messe ad una certa angolazione comincino a muoversi da sole.
Controllate infine che la parte di obiettivo che viene esposta quando si allunga il barilotto siano lisce e pulite e non presentino graffi. Se ci sono graffi è possibile che qualcosa nel meccanismo si sia staccato.
7- le ottiche “recenti” hanno dei contatti metallici (pin) che permettono di trasmettere informazioni tra l’obiettivo e la macchina fotografica, ad esempio per la gestione dei diaframmi.

Controllate che non siano ossidati e opachi. Buoni contatti sono brillanti. Attenzione che un contatto imperfetto pregiudica il buon funzionamento dell’obiettivo ed è un difetto difficile da rilevare.
8- il portafiltri anteriore è di solito costituito da un taglio a vite sul barilotto, davanti alla lente frontale. Verificate che la vite sia in buono stato e integra, altrimenti i filtri non si avviteranno o rimarranno incastrati. Il portafiltri posteriore (abbastanza raro) è invece un piccolo spazio dietro la lente dove si infilano filtri in lamina, bloccati da una molla o un fermo. Nel caso ci fosse, controllerei che il meccanismo di blocco funzioni.
9- a seconda dell’ottica potrebbero essere presenti bottoni e levette, ad esempio per il blocco dei diaframmi o per passare da focus manuale ad automatico. Per questi controlli è quasi sempre necessario montare l’ottica sulla macchina. In mancanza di questa il controllo sarebbe molto superficiale.
10- i tappi anteriori e posteriori sono i più cari amici delle vostre lenti. Dovete averli. Devono essere puliti e ben saldi sulla lente. Non devono cascare per nessun motivo.
Bene, la lezione prolissa è finita, ma vi do un ultimo consiglio: informatevi, informatevi e informatevi.
Andate e comprate.
Prossimi post analogici
… ho in mente questi, ma accetto suggerimenti e richieste 🙂
- scegliere la macchina fotografica – kit minimo
- 35mm o medio formato?
- come controllare un obiettivo usato
- investire nel mattone o negli obiettivi?
- vincere su eBay (molti credits a Ken Rockwell)
- scegliere l’ingranditore
- sicurezza e smaltimento dei prodotti chimici
- pulizia delle lenti
- vecchie macchine fotografiche e batterie: problemi di voltaggio e di esposizione
Il manuale NASA del bravo fotografo spaziale
La NASA ha usato per oltre 40 anni le macchine fotografiche Hasselblad nelle sue missioni spaziali.
Da quelle più conosciute come lo sbarco sulla Luna a quelle più di routine, tutte sono state immortalate con queste macchine fotografiche medio formato.
Da poco è stato reso pubblico il manuale per gli astronauti. Al di là della chicca storica che può rappresentare, è anche un sintetico e utile manuale di utilizzo di una macchina a pellicola.
Qua trovate il pdf completo.
Buona lettura
Negativo e spirale, amici-nemici
Una delle poche cose “difficili” nello sviluppo a casa è quando il negativo va arrotolato sulla spirale.
Questa mantiene il negativo fermo all’interno della tank ed evita che ci siano zone del negativo non raggiunte dai liquidi di sviluppo (se ad esempio due lembi di negativo si toccano, difficilmente sarebbero esposti ai chimici).
Le difficoltà di questa fase sono di due nature: la prima è che spesso e volentieri l’avvolgimento del negativo si blocca e bisogna ricominciare dall’inizio, la seconda che l’operazione va fatta nella changing bag, cioè senza vedere cosa si sta facendo.
Nelle fotografie che ho riportato si vede un negativo (sviluppato) di medio formato (6×6) e la spirale della relativa dimensione.

Partiamo dal principio.
Per semplificare il lavoro di avvolgimento è necessario prendere una delle estremità del negativo e tagliarne i due angoli in modo da “smussare” l’estremità stessa. Questo permette uno scivolamento più facile e che gli angoli si incastrino per qualche motivo nella spirale.

Si prende quindi l’estremità smussata e la si appoggia ad una delle due anse (vedi freccetta) e con delicatezza la si spinge dentro per un paio di centimetri.

La spirale (almeno quella che utilizzo io) ha un meccanismo per cui bascula al centro, questo significa che le due spirali possono fare un leggero movimento. Le due anse quindi non sono nella stessa posizione e ciò permette di puntare il negativo da un lato e poi, ruotando verso di se il secondo lato della spirale, di puntare anche l’altro lato.
Il negativo arriva così ad un restringimento della spirale, di solito è presente una pallina d’acciaio (nei cerchietti), che fa da freno, in modo che il rullino non si svolga.
E’ sufficiente ora infilare per un altro paio di centimetri il negativo e poi, facendo oscillare avanti e indietro un lato della spirale il rullino si avvolge da solo!


Questo se nostro signore dello sviluppo è dalla nostra parte.
Succede però che alcune volte si incastri e non ci sia modo di andare avanti o indietro.
L’unico intervento possibile è quello di aprire la spirale (a seconda del modello cambia la modalità) estrarre delicatamente il negativo e quindi iniziare nuovamente la procedura.
Mai, e dico mai, utilizzare spirali bagnate (magari avete appena finito di sviluppare un altro rullino). Il negativo si incastrerà di sicuro.
Per il secondo problema, l’impossibilità di vedere cosa si stia facendo, l’unica soluzione è la pratica, magari con un rullino già sviluppato o con uno sacrificato per la causa. Prima lo si avvolge alla luce del giorno per una decina di volte e poi si fa pratica ad occhi chiusi ed infine nella changing bag, provando a ripercorrere i passaggi fatti alla luce.
Fidatevi è solo una questione di esperienza.
Il consiglio è di fare molta pratica prima perchè, quando si è nella changing bag con un negativo su cui abbiamo lavorato molto, è veramente fastidioso doverlo rovinare perchè non si riesce a caricare nella spirale.
La Sindrome da Scatto Compulsivo
Una volta ho visto mio fratello che scattava delle fotografie ad una statua, eravamo al Passo del Sempione in una splendida giornata di settembre, e sentivo che continuava a scattare a raffica.
Al che gli chiesi come mai usasse quella modalità, visto che la statua non si muoveva.
La risposta fu che era meglio scattarne di più, perchè così c’era più probabilità che almeno una fosse buona.
Ecco questo è il riassunto della Sindrome da Scatto Compulsivo.
I sintomi sono chiari: scatti a raffica quando non serve o scatti 30 foto da angolazioni diverse dello stesso fiorellino di campo.
Ora, è vero che il mezzo digitale te lo permette, ma a questo punto non era meglio fare un video?
E soprattutto, di quelle novecento fotografie che fai ogni volta che esci di casa, cosa ti resta? Quali farai vedere ai tuoi figli/amici/parenti/fidanzata/moglie senza che si suicidino?
La cosa più complicata da fare in fotografia è avere le idee chiare su quale messaggio vogliamo passare con il soggetto che stiamo inquadrando. Le scelte tecniche per ottenere questo risultato ne sono poi una conseguenza.
Anche se il messaggio è fine a se stesso, “guarda quanto è bello questo fiorellino” e non per forza “guarda quanto è bello questo fiorellino in un campo circondato da case in costruzione, simbolo dell’uomo che distrugge l’ambiente”, non c’è bisogno di farne trenta. Ne basta una fatta bene.
Prima di scattare devi immaginarti come vuoi la fotografia, immaginare cosa può suscitare in te e negli altri, e solo dopo focalizzarti sulla realizzazione tecnica.
E’ una fatica immane, credetemi, ma la prossima volta che state per premere il bottone di scatto, fermatevi un secondo e pensate a quello che state facendo e a quante persone salverete la vita.
Less is more: la tecnologia è dalla nostra parte?
L’evoluzione tecnica e tecnologica ha portato all’introduzione di molte novità volte a facilitare l’adozione e l’uso delle macchine fotografiche, sempre più avanzate e automatizzate.
L’idea è quella di semplificare/automatizzare al massimo le funzioni a basso valore in modo che il fotografo abbia più tempo per le questioni essenziali, la composizione, la scelta delle luci e non ultimo il messaggio che vuole racchiudere nella fotografia.
Questo è accaduto prima con la pellicola e successivamente con il digitale.
L’introduzione degli esposimetri, dell’accoppiamento tempi/diaframmi, degli indicatori di focus e poi degli obiettivi con focus automatico, l’introduzione del sensore ottico che sostituisce la pellicola, l’archiviazione su schede di memoria sempre più capienti, la sensibilità ISO sempre più spinta e accurata, sono esempi positivi di evoluzione tecnologica.
Poi, per qualche malvagio motivo (di marketing :-)) nella storia tecnologica sono state inserite e vendute come insostituibili alcune trovate abominevoli.
Abominevoli non prese da sole, ma prese nel contesto generale di una persona che deve fare una fotografia e concentrarsi sull’essenziale.
Prendiamo ad esempio la funzionalità dello scatto automatico quando il soggetto fotografato sorride. Tecnologicamente parlando è una idea geniale. Vi sarà capitato di cercare di scattare la fotografia ad una persona a cui chiedete di sorridere e di arrivare un secondo prima o uno dopo e beccare una smorfia. Bene, ci sono molte macchine fotografiche che hanno questa funzionalità.
Dove si nasconde il problema? Per accedere a questa funzionalità bisogna iniziare ad armeggiare con il menù oppure, sareste già fortunati, trovare la rotellina delle modalità di scatto e ruotarla fino ad arrivare a quella che cercate.
Il tutto però vi obbliga probabilmente a togliere l’occhio dal mirino e a perdere tempo con i menù.
Un altro esempio: le informazioni visibili nel mirino (o sullo schermo).
Le informazioni base che servono per una esposizione corretta sono il tempo, l’apertura selezionata (eventualmente la relazione tra i due) e se ciò che state “puntando” è a fuoco.
Serve altro? Su una macchina a pellicola no. Su una digitale nemmeno.
Ma la digitale vi dirà quale ISO è impostato, data e ora, quale bilanciamento del bianco, se è sovra o sottoesposta, il livello di carica della batteria, quanti scatti avete fatto e quanti ne potete ancora fare, se e come è attivo il flash e con quale potenza, se c’è segnale gps, ecc ecc.
Ci sta tutto nel mirino, però il soggetto dov’è finito? E quanto sarò distratto dalla mole di informazioni che ricevo?
Per non parlare poi se vogliamo modificare le configurazioni base.
Immaginate di dover impostare il bilanciamento del bianco su nuvoloso.
Con la mia D80, dopo 4 anni, non riesco ancora a farlo senza togliere l’occhio dal mirino, ma in teoria è possibile. Tieni premuto il bottone dedicato e contemporaneamente giri la rotellina di selezione.
Se non sei così bravo o non sei fortunato abbastanza da poterlo fare senza accedere ai menù, ecco che inizia l’odissea. Entri nel menù delle impostazioni e cerchi: sarà sotto impostazioni generali o impostazioni di scatto? E se poi devo cambiarlo di nuovo devo rifare lo stesso giro? Nel frattempo è uscito il sole.
Con l’analogico il problema non si pone. In bianco e nero è ininfluente. A colori pure, a meno che non devi scattare fotografie con illuminazione al neon o a incandescenza per le quali serve una pellicola particolare.
Per non parlare della curva di apprendimento nell’utilizzo di una macchina fotografica e nella curva di configurazione della stessa.
Una macchina digitale appena tolta dalla scatola, rispetto all’inquadratura che farete deciderà esposizione, tempo, apertura, ISO, bilanciamento del bianco, flash, punti di focus, livello di saturazione e probabilmente in fase di salvataggio applicherà anche delle migliorie alla fotografia.
Obiettivo raggiunto, abbiamo faticato poco e ottenuto una fotografia esposta mediamente.
Se volete però cominciare a gestire voi la fotografia, a mettere un pizzico in più della vostra arte le cose cominciano a complicarsi.
Gli ISO li voglio automatici? E la saturazione? Quando utilizzo ISO alti imposto la riduzione del rumore digitale o no? Al bottone configurabile per accedere velocemente ad una funzionalità cosa faccio fare? Il cambio del bilanciamento del bianco lo metto automatico? La modalità di scatto multipla? Il bracketing?
Dov’è il senso della fotografia? E dove finisce il tempo che dedico al mezzo e quello che dedico alla fotografia?
Chiedete ad Henry Cartier Bresson quanto ci impiegava per impostare la macchina e scattare una sua fotografia in strada. La risposta è “niente”.
Aveva una sola ottica, ISO della pellicola, tempo fisso e l’obiettivo a fuoco su infinito.
Qualsiasi cosa passasse davanti a lui a più di 3 metri era a fuoco, pronto per essere immortalato.
To take a photograph is to align the head, the eye and the heart. It’s a way of life.
Non mi sembra che parli della modalità sorriso.




