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Tecnica: come conservare i chimici di sviluppo
Provo brevemente a descrivere come conservare i chimici, prima e dopo il loro utilizzo.
I prodotti chimici per lo sviluppo sono di due tipi quando ve li vendono al dettaglio: in polvere o liquidi.
Prima di aprire i prodotti
In polvere
I prodotti in polvere devono essere conservati in ambiente asciutto e non esposti a fonti di calore. Hanno una durata specifica mediamente superiore ai due anni.
Liquidi
I prodotti liquidi sono venduti normalmente in boccette con 2-3 livelli di chiusura: tappo, assorbentino sotto il tappo e foglietta di alluminio sigillante.
Quando sono ancora sigillati hanno vita di 1-2 anni e devono essere conservati in luogo asciutto, non esposto a fonti di calore e possibilmente a temperatura costante. A differenza dei prodotti in polvere, l’aumento di temperatura fa aumentare i processi di decadimento e degradazione del prodotto.
Anche per questo motivo, se non sviluppate molto, vi conviene acquistare piccole dosi di prodotti, altrimenti buona parte la getterete senza averla usata.
Dopo aver aperto i prodotti
In polvere
L’umidità è il peggior nemico delle polveri, in quanto le raggruma e fa partire le reazioni chimiche che portano al loro degrado. Ambiente secco e chiusura la più ermetica possibile aiutano a allungare la vita del prodotto. Direi un 6 mesi-1 anno se ben sigillato.
Liquidi
A boccette ben chiuse, in ambiente secco e con temperatura stabile 2-4 mesi.
Attenzione perchè il rischio di rovinare un negativo è molto alto; consiglio di scrivere sulla boccetta quando è stato aperto.
Dopo che è stato diluito per l’uso
Liquido e in Polvere
Qui non c’è differenza tra liquidi e polvere.
La diluizione serve a rendere utilizzabile il chimico, che di solito viene venduto in forma più o meno concentrata.
Il chimico diluito va conservato in una bottiglia di plastica o vetro non trasparente e tenuto in un posto asciutto, senza fonti di luce e calore e a temperatura stabile. Il tutto per evitare che partano reazioni chimiche che seppur lente rovinano il prodotto.
Il chimico di “utilizzo” ha una vita molto breve, massimo 10 giorni. Dopo una settimana si è già a rischio secondo me di non avere risultati uniformi.
Questo tempo di vita va ulteriormente ridotto ogni volta che utilizzate il chimico per il vostro sviluppo.
Mediamente (io più o meno mi ritrovo con questo dato) ogni 4 rullini sviluppati i chimici cominciano a rallentare la propria reazione. Questo vuol dire che per i successivi 2-3 sviluppi dovrete aggiungere del tempo di sviluppo e fix.
Come regola mi sono dato: 5° rullino, aggiungo 10% del tempo, 6° e 7° aggiungo 20% del tempo.
Dopo si rischia che lo sviluppo e il fix sia scarso.
Quindi, una volta che cominciate ad utilizzarlo, la vita diventa di 5-7 giorni massimo.
Ci sono altri modi per capire se un chimico è esausto?
Sì, guardando il colore (più è saturo più è esausto) oppure utilizzando le cartine tornasole (ma non chiedete a me perchè non so come fare:-))
Un regalo inaspettato: si impara dai libri?

Mi hanno regalato questo bellissimo libro, un regalo inaspettato e molto gradito.
La premessa che mi hanno fatto, mentre iniziavo a sfogliarlo avidamente, è stata “non c’è scritto molto, non è un libro di tecnica“.
Invece c’è scritto molto, non a parole ma in immagini. C’è tutto il mondo di Adams nelle sue fotografie, la traduzione in immagini di stati d’animo e tecnica fusi assieme.
Qualsiasi libro può descriverti come raggiungere un determinato risultato fotografico ma nessuno vale quanto guardare una fotografia tra le tue mani.
E poi, una volta letti un paio di libri di tecnica non troverete più niente di nuovo.
Solo uscire, scattare, sviluppare e stampare ti insegnerà qualcosa in più. Solo pensare a cosa vuoi trasmettere e comunicare ti aiuterà a rendere migliori le tue fotografie.
La spirale che ti rovina la foto
Ho ripreso a sviluppare, in modalità industriale quasi, e il tempo per far le cose per bene mi manca.
E questo è un problema quando si tratta di gestire bene il negativo.
Avevo già parlato della spirale e come il passaggio dello sviluppo che la riguarda sia uno dei più complessi.
Qui vedete i risultati di un negativo che è stato estratto a forza dalla spirale perché incastrato.
Le pieghe che si formano sembrano impercettibili al tatto (ricordatevi che siete nella changing bag, non vedete nulla) quindi scoprirete se avete fatto danni solo quando avrete finito lo sviluppo.
Per far le cose per bene ricordatevi di avere le spirali perfettamente asciutte, il negativo tagliato agli angoli di un’estremità, e fate le cose con la dovuta calma, senza perdere la pazienza.
Le prime volte che si sviluppa è facile far incastrare il negativo sulla spirale, ma con la pratica diventa un evento raro.
Quale formato fotografico scegliere
La questione del formato è nata con le prime tecniche fotografiche. Subito dopo i primi tentativi di Daguerre e le innovazioni di Fox Talbot ognuno si lanciò a definire il proprio formato.
Chi privilegiava la trasportabilità, chi aveva bisogno di enorme risoluzione, ecc, e questo continua anche ai giorni nostri.
Col digitale non ci sono dubbi: il 95% dei fotografi hanno una bella reflex con il sensore half frame. Il full frame costa, come minimo, 1800€. Il medio formato almeno 6-7000€. Il grande formato sta solo sui satelliti spia.
Con la pellicola invece, a prezzi contenuti, il fotografo può decidere più facilmente il formato da utilizzare.
Con 100€ ci si può fare un kit minimissimo 35mm con una Olympus o una Yashica.
Con 200€ si fa il salto sul medio formato (di solito TLR giapponesi).
Con 400€ si trova qualche vecchia field camera per scattare in grande formato.
La domanda da porsi prima di acquistare una macchina fotografica, come sempre, è che diavolo ci voglio fare.
La premessa è e rimane che il formato non influisce sulla qualità delle vostre fotografie.
Provo comunque a descrivere i pro e i contro dei vari formati.
35mm
Pro
- estremamente portabile e trasportabile. Un kit con 3 lenti difficilmente pesa più di due kg.
- poco costosa, estremamente disponibile, sia di macchine, che di pezzi di ricambio che di tipologie di rullini
- estremamente diffusa la possibilità di sviluppo (se vai in Tanzania qualcuno lo trovi)
- estremamente documentata online
- molto semplice lo sviluppo a casa del B/N
- qualità di stampa molto buona fino ad ingrandimenti 50×70
- a parte per i notturni si scatta sempre a mano libera
Contro
- la scansione della pellicola 35mm non da risultati eccellenti
Medio Formato
Pro
- abbastanza portatile e trasportabile. Rispetto al 35 mm le macchine sono più grandi ma il numero di obiettivi è molto ridotto (di solito sono 3 per kit, un 50, un 80 e un 150)
- qualità di stampa elevata, anche per ingrandimenti di grandi dimensioni
- qualità di scansione molto buona
- si scatta a mano libera tranne i notturni
- molto semplice lo sviluppo a casa del B/N
Contro
- poco disponibile sul mercato. Il nuovo ha costi alti, l’usato si trova a prezzi abbordabili
- poco disponibili sul mercato rullini, obiettivi e pezzi di ricambio. Online ci si salva ancora
- poco diffusa la possibilità di sviluppo professionale (rari casi e con risultati discordanti)
Grande formato
Pro
- qualità dei negativi eccellente
- facilità di scansione
- qualità della stampa eccezionale, fino a dimensioni gigantesche (Gursky ad esempio stampa fotografie a dimensioni murali)
- è il formato dei fotografi con le palle
Contro
- poco disponibile sul mercato. Il nuovo si trova a prezzi irraggiungibili. L’usato è abbastanza fattibile ma non in perfette condizioni
- poco se non per niente disponibili sul mercato le pellicole piane
- poco disponibili pezzi di ricambio e obiettivi (la cui conservazione, data anche l’età, lascia molto a desiderare)
- poco diffusa la possibilità di sviluppo professionale
- lo sviluppo a casa è fattibile con alcuni accorgimenti
- si scatta sempre con il cavalletto, per il peso della macchina e per gli obiettivi poco luminosi
- peso complessivo elevato, quindi poco trasportabile
Vacanze fotografiche: come non farsi uccidere dal proprio partner di viaggio
Sono arrivate finalmente le vacanze e non vedete l’ora di scattare le vostre migliaia di foto del monumento ai caduti del Beluchistan e tutto d’un tratto un brivido freddo vi corre lungo la schiena: “mi ammazzerà questa volta? Mi prenderà ad insulti in aramaico se non la smetto di scattare fotografie ad ogni più microscopico dettaglio del parco civico di Beluchiville?”
Viaggiare con qualcuno che non ama la fotografia o che non é appassionato come voi, costringe a scendere a patti con se stessi e con gli altri.
Mettetevi in questa situazione: state camminando in una bella città straniera, le vostre agognate e costose vacanze sono appena iniziate e accanto a voi c’é qualcuno che ogni due metri si ferma per un paio di minuti a leggere un libro, completamente estraniato da voi e assorbito dalla lettura. Una palla micidiale non credete?
Ecco viaggiare con un fotografo compulsivo é così.
Bisogna scendere a patti dicevo.
Prima di tutto rispettate gli altri, i loro tempi, i loro bisogni.
Poi chiedete rispetto per la vostra passione: spiegate che fare fotografie vi rilassa, vi piace, vi fa sentire artisti, insomma, per quale diavolo di motivo state facendo queste foto? E non dite che lo fate per farle vedere al vostro ritorno, che tanto non le guarda nessuno 🙂
Datevi degli obiettivi e condivideteli con chi vi sta accanto: dichiarate cioè cosa avete intenzione di fotografare e il tempo che vi serve.
E’ molto più accettabile sentirsi dire “mi fermo qua per mezz’ora a scattare, tu fatti un giretto così dopo non ti rompo”, che continuare lo stillicidio di fotografie ogni metro e di soste continue.
Svegliatevi presto! Se uscite a scattare alle sei del mattino e rientrate alle otto, prima che tutti si sveglino avrete due belle orette per farvi i fatti vostri (con un’ottima luce peraltro e poca gente in giro).
Non ultimo, scattate meno. Siate concentrati sul senso che volete dare alle vostre foto e al viaggio.
La qualità dei vostri scatti ne risentirà parecchio.
Il miglior PC per il fotografo analogico è…
…quello spento.
Ma spento da intendere come “prima l’ho inondato di benzina, gli ho dato fuoco e poi s’è spento“.
La fotografia seria non ha un buon rapporto con il pc. Mangia tempo, risorse (anche economiche), distrae mortalmente e deresponsabilizza.
Ma bisogna scendere a patti anche con il nostro più grande nemico.
Il fotografo digitale serio è schiavo del PC. Tutti i giorni deve passare ore a salvare, catalogare, smanettare con Photoshop, fare backup dei dati, inviarli alla propria redazione/committente, invece che dedicarsi alla Ricerca.
Se hanno scritto dei libri sul workflow del fotografo digitale, significa che la situazione è molto grave 🙂
Anche il fotografo analogico si trova di fronte alla scelta se completare il ciclo di vita con la stampa chimica o se scansionare le sue belle pellicole (o stampe, ci sono scuole di pensiero diverse).
E’ inutile sottrarsi a questo gioco, ma l’analogico rimane un mezzo più libero. Sposta e separa il momento dello scatto dal momento del “vedo come è uscita”. Slega questo momento che il digitale invece ha infilato nelle nostre teste. Ci ha resi più insicuri, meno responsabili dei nostri scatti. Non serve più sapere come fare bene una fotografia, nel caso vedi e la rifai.
Certo è più comodo ma col tempo si diventa schiavi della comodità e non si capisce come mai una fotografia venga sotto o sovraesposta, non si ha più il controllo su niente, anche se pensiamo di averlo.
E con il pc le cose peggiorano. La fotografia è venuta uno schifo? Tanto la recupero in photoshop.
Tanto la recupero in photoshop.
Tanto la recupero in photoshop.
Tanto la recupero in photoshop.
Tanto la recupero in photoshop.
Verso il daguerrotipo: aggiornamenti
Alcuni aggiornamenti su questa nuova ricerca.
Ho finalmente trovato un distributore di materiali chimici che fa al caso mio.
Tra iodio, bromo, mercurio e il clorato d’oro partono quasi 300 € quindi è una spesa che farò tra gennaio e febbraio.
Sto cercando qualche fabbrichetta di galvanizzazione che mi faccia le piastre ad un costo abbordabile.
Studiando bene il processo potrei mettermi anche a galvanizzare qualche piastrina di rame, ma non sono molto convinto per motivi di sicurezza e spazio: non ho abbastanza esperienza per giocare anche con questa parte del processo. E poi credo che morirò prima, maneggiando i chimici 🙂
Mi è arrivato finalmente il libro The Daguerreotype: Nineteenth-Century Technology and Modern Science (M. Susan Barger, William B. White).
E’ fantastico! Si tratta di uno studio chimico/fisico fatto da un’Università americana (Pennsilvania) per approfondire gli aspetti dei materiali, partendo dal processo originale e le sue varianti. Tratta a fondo anche gli esperimenti che hanno fatto per recuperare daguerrotipi molto rovinati, restaurarli e dargli nuova vita.
Una valanga di informazioni.
Usato garantito? Come controllare e scegliere una macchina fotografica usata
La scelta del tipo di macchina fotografica a pellicola è una questione molto personale e relativa al tipo di approcio che vogliamo dare al nostro fotograre:
- se viaggiare leggeri o pesanti
- il tipo di macchina reflex/telemetro/TLR
- il formato piccolo/medio/grande
- il costo del corpo e delle lenti da associare (il corpo è importante, ma è meglio investire sulle lenti, ricordate)
- la disponibilità di pezzi di ricambio e di persone che sappiano aggiustare o fare manutenzione su quanto state per acquistare.
Attenzione che alcuni formati di pellicola non sono più prodotti, quindi non comprate macchine “morte”!
Qui descrivo i controlli per le reflex, che si applicano al 95% anche alle telemetro. Per le grandi formato il discorso è un po’ diverso, se vi serve fatemi un cenno.
Il corpo è essenzialmente identico ad una digitale ed è composto da:
- chassis (il corpo in sè) di metallo, plastica, cuoio o mix
- leva di avanzamento
- bottone di scatto (e fuoco se la macchina lo prevede)
- bottoni o leve per l’aggancio e sgancio dell’obiettivo
- rotelle e meccanismi per regolare i tempi, diaframmi, sovra e sotto esposizione, ISO pellicola, ecc
- mirino e correttore di diottrie
- luci e segnalazioni interne al mirino
- pentaprisma (per le reflex) e telemetro (per le telemetro appunto)
- specchio
- tendina
- binari porta pellicola
- rocchetti porta negativo
- sportello posteriore
- motorino di avanzamento e riavvolgimento pellicola (se presente)
- vano batteria
- esposimetro
- meccanismi di trasmissione all’obiettivo (fuoco, diaframmi, ecc) e contatti elettrici


1- la prima cosa da guardare è la pulizia generale della macchina: è un indice di come è stata usata e conservata una volta che il precedente proprietario è passato ad altro.
- verificate che sia pulita, non ci deve essere polvere o macchie di grasso/unto,
- l’eventuale “appannamento” delle plastiche e del metallo del corpo è abbastanza normale più la macchina è vecchia, ma non deve essere dovuta a scarsa pulizia
- l’ossidazione evidente dei metalli è un cattivissimo segnale (o buono per avere un mega sconto); parti metalliche ricoperte da incrostazioni di colore arancio, verde, azzurro e bianco indicano che il metallo è stato aggredito in modo “violento” e profondo. Se può essere abbastanza ininfluente sulle parti fisse, sulle parti mobili (le molle ad esempio) e sui contatti elettrici signifoca che la macchina non funziona o in brevissimo tempo si romperà. Statene alla larga
- la fioritura sul metallo è un fenomeno normale e si manifesta con bollicine, piccole screpolature sul metallo esterno. E’ ininfluente sul funzionamento ma abbassa il prezzo, visto che esteticamente non è bellissimo
- cuoio rovinato, scollato o con bollicine: di solito non influisce sul funzionamento ma costituisce un ottima leva per avere uno sconto
- controllate la presenza di graffi o punti evidenti di rottura/caduta. I graffi non dovrebbero influire sul funzionamento, mentre evidenti segni di caduta (rientranze, gobbette, ecc) sono un campanello di allarme. Le vecchie care macchine analogiche sono pezzi di meccanica molto precisa, colpi secchi possono rovinarle definitivamente
- controllate infine che ci sia tutto, cioè non siano partiti bottoni e bottoncini, levette varie ecc. Più la macchina è vecchia più è probabile che alcune parti si siano staccate

2- leva di avanzamento: il particolare che più distingue un’analogica da una digitale è la leva o rotella (a seconda del modello) di avanzamento del rullino.
Il movimento porta avanti il rullo di un frame e carica con un meccanismo a molla la tendina (se la macchina ne ha una). 

Il meccanismo normalmente attiva anche il bottone di scatto.
Controllate quindi che il movimento sia fluido, non si deve fare troppo sforzo, e che si attivi il tasto di scatto. Controllate poi, con il retro aperto, che girando la leva si muova anche il rocchetto (in inglese take up spool)
3- il bottone di scatto è una delle parti che più si utilizzano e quindi più soggette ad usura. Se di metallo controllate bene che non sia ossidato. Provate lo scatto più volte. Se la macchina ha il motore di avanzamento potrebbe avere anche una funzionalità di scatto a raffica. Alcune macchine hanno meccanismi di blocco del dry-fire (scatto a secco, senza pellicola) ma in generale dovreste sentire il classico “click” dello specchio che si alza e della tendina che si muove. Per sicurezza buttateci dentro un rullino e provate. Per le macchine che hanno l’otturatore sul piano focale (la tendina) potete provare a verificare che i tempi di scatto siano vagamente coerenti. E’ una questione di esperienza ed è meglio affidarsi ad un riparatore per mettere a posto questa parte. Indicativamente però se settate i tempi a 1/100 e lo scatto è di un secondo, c’è un problema meccanico
4- aggancio e sgancio obbiettivo sono sbloccati da leve o tastini. Verificate che non siano ossidati, che il movimento sia fluido e senza sforzi e ovviamente che l’obiettivo salga facilmente
5- rotelle e meccanismi vari di controllo dell’esposizione (tempi, diaframmi, ISO, sovra/sotto esp, ecc): altro che menù di scelta delle nostre fiammanti digitali! Qua è tutto a portata di mano e di rotella! Verificate che le varie rotelle/levette si muovano con facilità, senza sforzi. Molte hanno dei bottoncini di blocco per evitare errori di esposizione. Verificate che anche questi funzionino correttamente. Spesso sotto o tra le rotelle si annida ossidazione e sporco. Non è difficile individuarlo e anche ad un controllo superficiale si vede. Sfortunatamente il complesso funzionamento di queste rotelle e levette può essere confermato solo scattando delle fotografie, sviluppando e verificando il risultato.
6- mirino: deve essere pulito, possibilmente non graffiato e non appannato. Le reflex “vedono” attraverso l’obiettivo (TTL – Through-the-lens) mentre le telemetro vedono direttamente l’inquadratura.
Alcune macchine più evolute hanno un correttore di diottrie per chi ha problemi di vista. Si tratta di verificare se la rotellina/levetta funziona
7- segnalazioni nel mirino: nel 90% delle macchine analogiche nel mirino si vedranno, oltre alla nostra inquadratura, anche alcune informazioni o segnalazioni rispetto a come è impostata la macchina, all’esposizione, ecc. A seconda del modello potrebbe essere tutto meccanico, come alimentato da una batteria. Qui vi rimando ai manuali delle singole macchine. Se sono a batteria comunque, dovrebbe accendersi qualche lucetta (lo so, non son preciso e me ne rammarico)
8- pentaprisma e telemetro: il pentaprisma è ciò che distingue una reflex dalle altre macchine fotografiche (reflex perchè lo specchio riflette nel pentaprisma che a sua volta raddrizza l’immagine nel mirino). 
Difficilmente lo toccherete mai con mano; sta di fatto che se è sporco o c’è polvere, nel mirino e sull’inquadratura vedrete delle belle macchioline. Normalmente non influiscono sulla fotografia finale, ma sono una rottura di scatole. Se lo sporco è leggero e presente solo nella parte inferiore che sporge verso lo specchio dovrebbe essere sufficiente pulire con un panno in microfibra o con un getto d’aria. Nell’immagine sotto vedete specchio (in basso) e la prima faccia del prisma, quella che potete pulire con molta delicatezza.
Se lo sporco è passato da altre parti o è molto evidente, beh, dovete farla smontare.
Quasi tutte le reflex moderne usano il pentaprisma anche per la valutazione dell’esposizione e se la luce arriva filtrata perchè sporco, l’esposizione sarà una ciofeca. Valutate bene se il costo vale la pena.
Immagine presa da qui.
Il telemetro invece è un meccanismo a specchi composto da due/tre finestrelle che raccolgono l’immagine, sovrappongono informazioni, effettuano in alcuni casi la lettura dell’esposizione e sostituiscono di fatto il pentaprisma. Le finestrelle devono essere pulite, non graffiate o rotte. L’immagine trasmessa (nel 99% dei casi è diretta nel mirino, non passa dall’obiettivo) deve essere pulita e ben contrastata. Lenti “sporche” o rovinate influiscono sull’esposizione
9- lo specchio serve a trasmettere l’immagine dalla lente al mirino. Con il pentaprisma costituisce il cuore della reflex. Lo specchio deve essere pulito e non graffiato. Anche se ininfluente sullo scatto finale, potrebbe leggermente influire sull’esposizione se trasmette meno luce del dovuto. Lo specchio è montato su un meccanismo a sollevamento. Una volta premuto a fondo il tasto di scatto lo specchio si alza pochi millisecondi prima che l’otturatore nella lente o la tendina facciano passare la giusta dose di luce. E’ ovviamente un meccanismo essenziale al funzionamento della macchina. Non con tutte è possibile vederlo in azione senza lente montata.
Il meccanismo viene attivato dalla leva di caricamento del rullino o dal motorino, se presente.
Indicativamente, schiacciando il pulsante di scatto dovreste vedere lo specchio che salta su e la tendina dietro che si muove. In questo caso il movimento deve essere secco e deciso. Uno specchio lento indica il meccanismo probabilmente rotto.

Immagine presa da qui, che ringrazio.
10- la tendina posteriore è il meccanismo che applica al negativo il tempo di posa (che abbiamo impostato o che la macchina ha calcolato), aprendosi e chiudendosi.
Ci sono molti tipi di meccanismi e di tendine. Tutte sono molto delicate e non bisogna mai e dico MAI toccarle con le dita o con il negativo. Per muoversi ad 1/4000 di secondo, devono essere perfettamente allineate, pulite e “ingrassate”. Non cercate mai di pulirle! Devono essere verificate e manutenute solo da un riparatore esperto.
Una tendina non funzionante perfettamente comporta immagini sovra/sotto esposte, rullini interi bruciati, immagini parziali, ecc ecc, il peggio insomma.
Verificate che la tendina si muova schiacciando il bottone di scatto. Il meccanismo deve essere scattante e non rallentato. Una tendina con delle striature o con il metallo esposto (di solito è tutto pitturato di nero) indica che la tendina non tiene bene e sta sfregando da qualche parte. E’ un bruttissimo segno. Probabilmente la tendina è stata maneggiata male o la macchina è caduta. Riparare la tendina costa, mediamente, più di una reflex come la Nikon FE2. Valutate bene se acquistarla o meno.
11- binari o slitta portapellicola: sono normalmente di metallo e servono a far scorrere il negativo in modo fluido quando viene fatto avanzare. Diffidate da binari rovinati o ossidati. Graffiano il rullino e poi possono provocare perdite di luce, esponendo il negativo e rovinandolo. Lo stato dei binari è uno dei segnali più chiari di quanto sia stata usata la macchina fotografica che state controllando.
12- rocchetti porta negativo: il rocchetto principale è quello più a destra nell’immagine sotto-riportata ed ha il compito di avvolgere il rullino man mano che si scatta. L’avvolgimento viene fatto scatto dopo scatto con la levetta di caricamento. Il rocchetto vicino serve invece per facilitare il primo inserimento della pellicola. A sinistra invece c’è l’alloggiamento del rullino. Verificate che i meccanismi si muovano fluidamente, che siano puliti e non ossidati (anche se di solito sono di plastica). La cosa migliore sarebbe provare un rullino e vedere se si avvolge tutto senza strattoni e pieghe e se il meccanismo di riavvolgimento (a mano o motorizzato) funziona correttamente. Normalmente il rocchetto di sinistra e di destra hanno dei bottoncini di sblocco per permettere il riavvolgimento. Verificate che funzionino.
13- sportello posteriore: è la porta d’accesso al rullino. Ha quasi sempre un sistema di bloccaggio per evitare di aprirlo a rullino non completato o non riavvolto. Deve essere pulito e deve aprirsi con facilità. Controllate che i cardini non siano troppo ossidati o rovinati. Spesso al suo interno ha una piastrina di metallo o plastica che serve a “schiacciare” il negativo contro i binari per tenerlo perfettamente piatto. Verificate che non sia troppo graffiato o usurato, in quanto potrebbe rovinare il negativo graffiandolo o, peggio, non tenerlo ben piatto.
14- motorino di avanzamento/riavvolgimento pellicola: presente solo nei modelli più “moderni” si può testare solo se sono presenti le batterie e con un rullino dentro. Se la macchina ha il motorino è obbligatorio sacrificare un rullino, altrimenti la sorpresa potrebbe essere molto brutta. Se il motore è morto la macchina è da buttare perchè non ci sarà la leva di caricamento a sopperire.
15- vano batteria: sul lato o nel fondo della macchina fotografica c’è il vano batteria. Qui vanno inserire le batterie (wow che deduzione fenomenale) del voltaggio giusto (questa sì che invece è importante, perchè un voltaggio sbagliato sballa l’esposimetro). Verificate a fondo questa parte. Non deve essere ossidato/bloccato il tappino e soprattutto l’interno deve essere assolutamente privo di ossidazioni.
Se i contatti interni sono ossidati possono anche essere ripuliti ma possono indicare che l’ossidazione è penetrata più a fondo nella macchina, magari compromettendo altre parti non così facilmente visibili. Tendenzialmente scarterei una macchina con contatti ossidati
16- esposimetro: che utilizziate una reflex o una telemetro, probabilmente la vostra macchina monterà questo meccanismo utilissimo. E’ alimentato a batteria, quindi assicuratevi che ci siano batterie nuove e del voltaggio giusto. Poi nel mirino, inquadrando un soggetto ben illuminato, dovreste vedere qualche tipo di segnalazione cambiare: asticelle, numeri, luci varie, scale…ogni modello ha il suo tipo diverso e non tutti si attivano senza premere il pulsante di scatto o senza un rullino caricato. Se è tutto morto, cambiate le batterie. Anche qua vale la regola che è meglio avere il libretto di istruzioni prima di controllarlo, per essere sicuri di quello che bisogna guardare.
Il fatto che l’esposimetro dia segni di vita non indica però che questo sia calibrato correttamente. Potete farvi un’idea provando a ripetere l’esposizione con una digitale, inquadrando lo stesso soggetto in modalità spot. Le letture dovrebbero coincidere o avvicinarsi. Investire in una revisione/calibrazione dell’esposimetro è una spesa abbastanza sostenuta ma se ci dovete lavorare molto è meglio farla
17- meccanismi di trasmissione all’obiettivo e contatti elettrici: stanno nella parte frontale e comprendono il motore dell’autofocus (testabile solo con le batterie) ed eventuali altre leve e levette (come quella del controllo del diaframma). Controllate che sia tutto pulito e non ossidato. Le leve devono scattare (sono mosse con delle molle). Se sono presenti contatti elettrici anche questi devono essere ben puliti. Ossidazione in questi punti comportano problemi con l’obiettivo e l’esposizione.
Anche questa volta sono stato molto prolisso e ripetitivo, me ne scuso. Probabilmente ho dimenticato dei pezzi che aggiungerò man mano.
Buon divertimento
Sicurezza e smaltimento dei prodotti chimici dello Sviluppo: il tabù fotografico più nascosto
Questo post mi è venuto in mente mentre sturavo la vasca da bagno con un bel litrozzo di Mister Muscolo, lo ammetto non è romantico.
Gli amici del marketing ti vendono il super acidone e, per legge, ti avvisano che il prodotto nuoce alla natura, ai pesci, ti scioglie le dita, si trasforma in gas velenosi, ecc ecc.
Ora dico, se mi vendete un prodotto del genere che male faranno i prodotti che uso per lo sviluppo dei miei adorati rullini?
E qui cala un velo di mistero e segreto, sollevato solo da pochi in Italia, dibattuto ampiamente nei paesi anglosassoni.
Come diavolo smaltisco i liquidi esausti?
La risposta giusta moralmente, scientificamente, legalmente e naturalisticamente è andare in una discarica specializzata.
La risposta breve è invece abbastanza vicina al vostro bidet ma io non la consiglio (predico bene, razzolo male, ma non ditelo a nessuno).
Alcune premesse doverose:
- i chimici utilizzati per sviluppo, stop e fissaggio, contengono sostanze chimiche “pericolose” in dosi molto basse, questo non toglie che siano e rimangano pericolose
- alcune sostanze sono più pericolose per l’ambiente e gli esseri umani di altre. Gli idrochinoni ad esempio sono dei simpatici cancerogeni e sono abbondanti in alcuni tipi di sviluppo steady (quelli in cui si lascia la tank ferma e non si eseguono le inversioni)
- esistono soluzioni molto verdi e sicure da smaltire nelle acque di scarico, cercatele tra i vari fornitori, ma son costosette
- dovete capire se la vostra fogna è settica o meno, cioè se calate dei chimici in un posto (poco simpatico di suo) che poi esplode per quello che state scaricando. Ditelo che non avreste mai pensato di dover parlare di fogne in ambito fotografico
- ho scritto all’ARPA Lombardia per chiedere consigli ma non mi ha risposto nessuno; avevate dubbi?
Due note che aiutano sicuramente:
- quando sviluppo e stop sono esauriti, miscelateli assieme. Questo annulla le loro proprietà basiche e acide con il risultato che il nuovo liquido è inerte (non vuol dire non inquinante, badate bene)
- quando il fissaggio è esaurito, non gettatelo nel water. Nel fissaggio sono presenti le maggiori quantità di argento, che di per sè è peggio degli acidi come inquinante. La soluzione migliore sarebbe di portarlo in un negozio di fotografia che per legge li deve raccogliere e consegnare ai centri specializzati. Se proprio proprio non ce la fate, potete prendere i vari fissaggi esausti e metterli in una bella bottigliona con dentro una spugna d’acciaio. In teoria l’argento, con un processo molto lento, si ossiderà sull’acciaio che diventerà nero. [questa parte in arancio non ho la certezza che funzioni, prendetelo quindi con le pinze] Superata questa fase credo che sia sufficiente far evaporare il liquido rimasto (non in casa, magari sul balcone) e poi gettare il resto come rifiuto normale.
Per riassumere: lo sviluppatore saltuario difficilmente farà disastri ambientali, se paragonati a cosa scarichiamo mediamente nelle nostre fogne per lavare i piatti, sturare i lavandini e lucidare l’acciaio. Lo sviluppatore seriale dovrebbe, almeno per il fissaggio, trovare un modo sicuro di smaltimento.
Di seguito riporto anche alcuni articoli interessanti (anglo-ammerigani)
Fai clic per accedere a Photo-Chemicals-Safety.pdf
Mai darsi per vinti: la lunga strada verso il Daguerrotipo
Uno pensa che siccome la tecnica ha quasi 200 anni dovrebbe essere tutto chiaro, facile e a portata di mano. Non funziona così.
Primo problema: iodio e bromo non si trovano dietro l’angolo. Ho scritto ad una azienda chimica che fa prodotti per laboratorio e, alla terza volta che gli spiegavo cos’è un daguerrotipo, mi hanno detto che loro non ne capiscono. Ho scritto alla Carlo Erba ma per ora tutto tace.
Non mi do per vinto: per lo Iodio forse si può passare dalla tintura di Iodio e con l’acqua ossigenata fare un paciugo. Ho ordinato un libro da amazon (Illustrated Guide to Home Chemistry Experiments) che mi dovrebbe aiutare. Per il bromo sono in alto mare.
Ora mi sto maledicendo per tutte le lezioni di chimica del Liceo in cui non ho ascoltato niente.
Poi c’è la questione delle “scatole del fumo” dove l’argento viene sensibilizzato e l’imbutone per lo sviluppo al mercurio. Mi sto guardando un po’ di disegni antichi e moderni, non mi sembrano cose complicatissime. Nel weekend passerò da qualche FaidaTe a guardare un po’ di materiale.
Infine le piastre d’argento e la macchina da utilizzare, a cui non ho ancora pensato.
Sopra a tutto ciò metto il problemone della sicurezza personale. Anche se metto insieme tutto, sarò in grado di non ammazzarmi?












